Togliatti e i crimini del Pci in Unione Sovietica
Argomento: Socialismo

Compagni alla forca

Il mito comunista, dio vorace, s’è nutrito anche del sangue dei suoi fedeli. Tra cui non pochi italiani, emigrati in Unione Sovietica per sfuggire al fascismo. Poi costoro vennero epurati, e dall’Italia nessuno mosse un dito, malgrado le accuse documentate. S’è preferito, fino a oggi, preservare la leggenda Togliatti...

 



Le condanne a morte di antifascisti furono ben più numerose in Unione Sovietica sotto Stalin che non in Italia sotto Mussolini. Solo tra il 1935 e il 1939 – nel corso del “Grande terrore” - sono 110 gli italiani fucilati subito dopo l’arresto in seguito a processo sommario. Nel complesso la persecuzione riguardò 1.020 antifascisti della comunità degli esuli italiani. Le ricerche continuano tuttora da parte del Centro studi Memorial di Mosca e delle sue filiali nel territorio dell’ex Unione Sovietica con sempre nuove scoperte come il caso dei 550 italiani che vivevano lontano dalla capitale, ormai con la nazionalità russa, e che nel 1942 vennero deportati nel Kazachstan del Nord in quanto originari di un paese che era in guerra con l’Urss: cittadini sovietici, ma stranieri, anzi nemici da internare.
A questa vicenda e alla ricostruzione delle singole storie Giancarlo Lehner dal crollo dell’Unione Sovietica ha dedicato più libri e ricerche, insieme a Francesco Bigazzi, da Dialoghi del terrore (Ponte alle Grazie, Firenze 1991) a La tragedia dei comunisti italiani (Mondadori, Milano 1999). Ora con Carnefici e vittime. I crimini del Pci in Unione Sovietica (Mondadori, Milano 2006, pp.436, e20,00) traccia un quadro organico avvalendosi di nuovi documenti inediti che riguardano in particolare gli interrogatori degli incriminati: un museo degli orrori dove vediamo comunisti accusati di essere fascisti e agenti controrivoluzionari; prima protestano e poi sono costretti a firmare verbali in cui ammettono fatti assolutamente falsi e assurdi.
Ma Lehner pone soprattutto una questione storica: dov’è e in che cosa consiste la soluzione di continuità con questo passato? È in sostanza il quesito circa la resa dei conti con il comunismo in Italia. In che misura si può scindere il Pci da Togliatti? E ancora: si può scindere il Togliatti segretario del Pci nel dopoguerra dal Togliatti-Ercoli, dirigente del Komintern negli anni Trenta? Si può scindere il Togliatti “italiano” a sua volta in due: il Togliatti sotto Stalin dal Togliatti dopo Stalin? Il “partito nuovo” costituito da Togliatti nel dopoguerra ha i suoi dirigenti e “quadri” nazionali e locali che sono iscritti al partito dagli anni Trenta, e vede al suo vertice numerosi dirigenti direttamente coinvolti in quei fatti: una “storia segreta” i cui custodi erano definiti dai più giovani – ricorda Fabrizio Onori – «quelli che sapevano». Infatti su questa vicenda – la persecuzione e il massacro degli antifascisti (da 1 su 4 a 1 su 3) – le denunce non sono mai mancate da parte dell’antifascismo non comunista, ma in Italia il “muro di gomma” predisposto dal Pci ha inesorabilmente retto lungo i decenni: fino allo scioglimento del Pci questo argomento è stato ritenuto un’invenzione, una provocazione e comunque un’esagerazione, ordite con intento di sabotaggio dell’antifascismo.
Eppure le prime proteste risalgono proprio all’inizio del “Grande terrore” stalinista, in cui Togliatti fu subito attivo e zelante. Già nel dicembre 1934, poco dopo la misteriosa uccisione di Sergej Mironovic Kirov, il segretario del Pcus di Leningrado, quando Stalin ordina l’epurazione di massa, il Pci su disposizione di Togliatti espelle immediatamente dieci emigrati esponendoli alla polizia sovietica, e stende una lista di 501 nominativi che diffonde anche all’estero indicandoli come spie e provocatori.
L’epurazione riguarda anche le altre comunità di esuli stranieri; tra questi il caso più noto in Europa è quello di Victor Serge, conosciuto soprattutto a Parigi in quanto fino ad allora era stato il traduttore “ufficiale”delle opere di Lenin in francese. Nel giugno del 1935, al “Congresso Internazionale degli scrittori per la difesa della cultura”, una tra le più famose iniziative di unità antifascista promosse dal propagandista del Komintern, Willy Munzenberg, alla Salle Pleyèl esplode il caso dell’antifascismo perseguitato a Mosca. Nel suo intervento Gaetano Salvemini denuncia l’arresto di Serge accomunando Stalin a Hitler: «Non mi sentirei in diritto di protestare contro la Gestapo e contro l’Ovra – afferma – se mi sforzassi di dimenticare che esiste una polizia politica sovietica. In Germania vi sono i campi di concentramento, in Italia vi sono isole adibite a luoghi di pena, e nella Russia sovietica vi è la Siberia. È in Russia che Victor Serge è prigioniero». L’intervento di Salvemini scuote la platea, scoppiano tafferugli con i comunisti che aggrediscono gli antifascisti che applaudono. André Malraux, che è il presidente effettivo, per calmare i comunisti, assicura che non permetterà più che dalla tribuna si parli di Serge.
Ma Carlo Rosselli pubblica l’intervento di Salvemini nel numero del 28 giugno di Giustizia e Libertà e si diffonde così una protesta che mette in imbarazzo gli intellettuali come André Gide (che presiedeva l’assise insieme ad André Malraux) impegnati a fianco dei comunisti. Gide è quindi costretto a recarsi all’ambasciata sovietica per chiedere informazioni sulla sorte di Serge. La costellazione dei “comitati unitari antifascisti” ne fu scossa e Stalin decise di chiudere il caso espellendo Serge dall’Unione Sovietica (andrà in Belgio perché Francia e Gran Bretagna rifiutano di accoglierlo).
Fu quindi proprio Victor Serge che alla caduta del fascismo, quando Togliatti diventa ministro della Giustizia nel governo Bonomi, invia una “lettera aperta” al Guardasigilli comunista scrivendo: «Signor Ministro che ne è degli antifascisti italiani rifugiati in Urss dall’epoca in cui la rivoluzione russa offriva generosamente asilo ai perseguitati di tutto il mondo?». In particolare Serge chiede notizie di Luigi Calligaris. Calligaris era appunto nell’elenco di Togliatti del 1934. Arrestato e deportato, scomparve nel nulla. Nell’ultimo verbale di interrogatorio eseguito l’8 gennaio 1935 faceva appello a Togliatti-Ercoli. Togliatti in seno al partito così liquida Serge quando qualcuno gli chiede una spiegazione: «Un provocatore trotzkista belga che deve la vita alla campagna di stampa borghese per la sua liberazione dalla Lubianka aizzata da Gaetano Salvemini».
Per valutare questi primi passi del Togliatti “italiano” va ricordato che per l’occasione egli pubblica nell’Italia liberata il testo dell’articolo da lui scritto proprio nel 1936 a giustificazione dei processi degli anni Trenta caratterizzati dalle confessioni a pioggia degli accusati di fronte al Tribunale moscovita. «Nessuno – sono le parole riproposte dal nuovo ministro della Giustizia – può mettere in dubbio l’autenticità di fatti confermati da una riprova che è sempre stata considerata, da quando esistono al mondo una giustizia e dei giudici, come decisiva e irrefutabile: la confessione degli accusati». Titolo della pubblicazione: Il complotto contro la rivoluzione russa (edizioni Ear). Il Pci nel dopoguerra, nel segno dell’unità antifascista, ha gioco più facile che nella Parigi del 1935 nel far calare il sipario sul caso della persecuzione degli emigrati antifascisti in Unione Sovietica.
A far eco a Togliatti sulla bontà dei processi di Mosca è proprio Joseph E. Davies che, nel 1936-1938, li aveva seguiti in prima persona come “osservatore” di Franklin D. Roosevelt in quanto ambasciatore americano a Mosca. Nel 1945 viene infatti pubblicato a Roma il suo libro di memorie – Missione a Mosca (Donatello De Luigi, Roma) – in cui rassicura l’Occidente sulla nomenklatura sovietica («I dirigenti dell’Unione Sovietica hanno convinzioni sincere e propositi onesti»), sulla regolarità dei processi e la colpevolezza degli imputati. Commentando il processo Radek del 1937 Davies scrive: «Presumere che tutto il processo fosse una montatura equivarrebbe ad ammettere l’esistenza di un genio creativo grande quanto Shakespeare e con la capacità di regia di un Belasco. Lo sfondo storico e le attuali circostanze danno inoltre una certa attendibilità alle deposizioni». Per Davies «i ragionamenti» di Radek nel confessare la sua attività criminale «sono perfettamente logici». Inoltre – sentenzia il fiduciario di Roosevelt - «i particolari venuti alla luce hanno veramente confermato le accuse e il comportamento degli accusati ha avuto il suo peso nel mio giudizio». E ancora sul processo del 1938 contro Bucharin il rooseveltiano dichiara di condividere la versione datagli dal ministro degli esteri, Litvinov: «Evidentemente tutti gli imputati sono colpevoli perché se non lo fossero non avrebbero certo confessato d’aver commesso delitti che sanno essere punibili con la pena di morte». «Anche gli altri diplomatici presenti al processo – aggiunge Davies – si sono convinti dell’esistenza di un vasto complotto». Del resto il rappresentante diplomatico sovietico in Italia all’inizio del ’44 era appunto l’ex pubblico ministero di quei processi, Andrei Vysinskij, nominato da Stalin viceministro degli Esteri.
Il Pci nel dopoguerra ha sempre negato l’esistenza di persecuzioni e condanne d’innocenti, e quindi in Italia alla sorte degli esuli antifascisti in Urss non si è dedicata alcuna attenzione se non da parte di circoli molto ristretti dell’antifascismo anticomunista. La posizione di copertura del Pci non mutò sostanzialmente neppure dopo la morte di Stalin, quando cominciarono a essere liberati anche i prigionieri italiani. Molti di loro per ragioni di salvaguardia dell’assistenza pensionistica che ricevevano dall’Urss furono silenti, ma dura fu la sorte anche di chi osò contestare il silenzio voluto dal Pci.
Illuminante è il caso del sacerdote don Pietro Leoni, che aveva trascorso dieci anni di lavori forzati in Urss. Rientrato in Italia nel 1955, cerca inutilmente di richiamare l’attenzione. Il Pci reagisce orchestrando una campagna di stampa secondo cui il vero don Pietro era morto nel 1948 e il sacerdote sarebbe un impostore che ha ricevuto due milioni di lire da Pio XII per fare propaganda anticomunista. Don Pietro – come ricorda Lehner – è pertanto costretto a emigrare in Canada, dove è morto nel 1995.
Anche le denunce successive sono sempre state neutralizzate. Nel 1964 Renato Mieli – che dopo le leggi razziali era emigrato e aveva aderito al Pci, rientrato in Italia aveva fondato l’Ansa ed era poi stato direttore dell’Unità e responsabile esteri del Pci, da cui era uscito dopo i fatti di Ungheria nel 1957 – pubblica Togliatti 1937, un corposo e documentato saggio storico in cui parla in modo organico delle persecuzioni e delle responsabilità di Togliatti. La Rizzoli per cautelarsi si premura di dare in anteprima a Togliatti il testo attraverso Davide Lajolo. Sia Lajolo sia Massimo Caprara nei loro libri di memoria convergono nel ricordare come il segretario del Pci in privato non contestasse la veridicità delle affermazioni di Mieli, arrivando anche ad ammettere che al suo posto Antonio Gramsci si sarebbe comportato diversamente, ma come scusante Togliatti invocava la paura di essere a sua volta ucciso.
Una ipocrita esagerazione rispetto al ruolo invece attivo che svolse in quel contesto. La stessa moglie di Luigi Longo, Teresa Noce, ha sottolineato il primato conformista di Togliatti a Mosca in quel momento rispetto agli altri dirigenti comunisti stranieri: «Persino i tedeschi, persino Ulbricht e Pieck si occupavano dei loro compagni scomparsi. Togliatti mai». Per quante attenuanti invochi Togliatti per giustificare il proprio personale comportamento, rimane il fatto che il Pci sistematicamente occulta il proprio passato, cancella le tracce, si inventa una luminosa e salvifica storia di partito e demonizza chi afferma la verità. Con ampia comprensione. La Rizzoli infatti, quando Togliatti pochi mesi dopo muore a Yalta, rifiuta di continuare a pubblicare il libro di Mieli nonostante il successo e la seconda edizione sia già esaurita: la terza edizione già stampata non viene più distribuita e se ne decide la distruzione (salvo un quantitativo consegnato a casa dell’autore).
Sempre nel 1964 Guelfo Zaccaria, espulso nel 1951 dal Pci per titismo, sarà bollato come “Zaccaria-cane spia” per aver sostenuto – a un convegno del “Comitato italiano per la verità sui crimini dello stalinismo” (a cui partecipano, tra gli altri, insieme a Renato Mieli anche Ignazio Silone, Giuseppe Faravelli, Giulio Seniga, Antonio Landolfi, Carlo Ripa di Meana e Pier Carlo Masini) – che sono duecento (su seicento emigrati tra il 1928 e il 1932) i comunisti italiani uccisi sotto Stalin. Bisognerà aspettare la caduta dell’Urss e lo scioglimento del Pci perché finalmente – dopo trent’anni – anche l’ex giornalista dell’Unità, Romolo Caccavale (che su sollecitazione dell’ex segretario del Pci, Alessandro Natta, ha condotto una ricerca sugli italiani scomparsi) affermi che aveva ragione Zaccaria: sono «intorno ai duecento … il numero ipotizzabile degli antifascisti italiani colpiti dal terrore staliniano nell’Urss degli anni Trenta» (Comunisti italiani in Unione Sovietica, Mursia, Milano 1995).
Un’ammissione tormentata, il cui primo spiraglio di verità – in area comunista e filocomunista – si era registrato solo da parte di Paolo Spriano quando nel 1970 aveva ammesso che gli italiani vittime dei sovietici ammontano a «104 persone tra caduti e dispersi» aggiungendo la constatazione che sull’argomento, purtroppo, l’archivio del Pci è «muto».
Il “muro di gomma” si è protratto a lungo fino agli anni Novanta nel panorama storiografico dominante. La questione infatti investe direttamente la figura di Togliatti. È significativo come la tesi della assoluta estraneità di Togliatti veniva insistentemente sostenuta nel 1982 da Aldo Agosti in un ampio saggio dedicato al Pci a Mosca negli anni Trenta, pubblicato dagli Annali Feltrinelli, e quindi ribadita da Agosti anche dopo l’apertura degli archivi sovietici nella biografia dedicata al leader del Pci edita dalla Utet nel 1995.
In Italia è prevalsa la linea di sostenere l’estraneità di Togliatti o addirittura che sarebbe intervenuto a tutela di alcuni, proseguendo sulla linea difensiva che egli si era inventata. Infatti quando nel corso della campagna elettorale del 1963 l’argomento venne sollevato dal giornalista socialdemocratico nel corso della sua conferenza-stampa televisiva del 22 febbraio, il segretario del Pci aveva replicato: «Quanto al fatto che ci siano stati degli operai, dei compagni nostri che sono stati perseguitati nell’Unione Sovietica, è verissimo che vi furono simili casi. Noi, quando lo abbiamo saputo, siamo intervenuti ed abbiamo ottenuto la necessaria soddisfazione». Ancora negli ultimi anni è infatti continuato questo tentativo di occultare la diretta responsabilità di Togliatti in quei procedimenti giudiziari come emerge, ad esempio, dal libro edito nel 2001 da Einaudi di Didi Gnocchi, Odissea Rossa sulla vicenda di Edmondo Peluso, uno dei fondatori del Pci giustiziato nel 1942, in cui si “assolve” Togliatti citando una lettera in cui in modo molto formale Togliatti, attraverso il Komintern, chiedeva informazioni sul processo a Peluso. Miriam Mafai all’epoca (giugno 2001) ne prese spunto per sostenere su la Repubblica la tesi di un ruolo umanitario svolto da Togliatti a Mosca. Una tesi assolutamente falsa e già smentita quasi trent’anni prima da Giorgio Bocca che nella sua biografia dedicata nel 1973 al leader del Pci aveva ricostruito l’episodio raccontando come Togliatti quando gli portano un appello di Peluso «lui lo strappa in pezzi minutissimi e dimentica Peluso». Lehner ha addirittura redatto un “Dossier Peluso” in cui ricostruisce dettagliatamente la vicenda dimostrando come Togliatti, innanzi alle ripetute richieste di Peluso di udirlo come testimone a propria difesa, abbia temuto manovre per coinvolgerlo e che quindi, tramite il Komintern, ne abbia accelerato l’eliminazione. In realtà anche Paolo Spriano aveva affermato che «non risulta che egli [Togliatti, ndr] sia intervenuto in favore di un prigioniero, un inquisito, già in mano al Nkvd».
Dopo l’apertura degli archivi sovietici, Elena Dundovich nelle sue ricerche tra le fonti moscovite su Togliatti per gli anni ’36-’38 (in Tra esilio e castigo del 1998, edito da Carocci, e in Italiani nei lager di Stalin realizzato con Francesca Gori e pubblicato quest’anno da Laterza) ha trovato che «portano non di rado la sua firma documenti rinvenuti negli archivi del Komintern che trattano il delicato tema degli emigrati italiani considerati sospetti dai funzionari italiani e sovietici della Terza Internazionale, per questo poi indagati e arrestati dalla Nkvd».
«In prima persona – prosegue la Dundovich – Togliatti per esempio autorizzò che una parte di costoro, e non casualmente proprio di coloro la cui sorte era più incerta e sui quali gravavano maggiori sospetti, venisse inviata all’ambasciata italiana per richiedere i documenti necessari a un eventuale espatrio, conoscendo perfettamente le conseguenze che poteva avere nel clima politico di quegli anni il minimo contatto con le autorità diplomatiche fasciste. [...] L’insieme di questi documenti provano in maniera inequivocabile come egli fosse informato delle singole fasi della tragedia che stava colpendo gli antifascisti italiani in Urss e come a quella tragedia, seppur non continuativamente, egli prese parte».
Lehner enumera i vari documenti che riguardano i procedimenti giudiziari e gli elenchi con relative condanne vistati personalmente da Togliatti, con scritta di suo pugno Soglasen («Sono d’accordo»).
Sul piano storico certamente vi sono state evoluzioni, contraddizioni e novità nel Pci e nel suo leader, ma è difficile contestare la sostanziale continuità tra il Togliatti “italiano” e il Togliatti “sovietico” in questa tragica vicenda. Basti pensare al fatto che nell’ultimo anno di vita, ancora nell’aprile del 1963, il Togliatti “italiano” scriveva al segretario del Pc cecoslovacco, Antonin Novotny, chiedendogli di differire a dopo le elezioni politiche italiane la riabilitazione di Slansky e degli altri dirigenti comunisti impiccati nel 1952: «La riabilitazione di Slansky, venendo pochi giorni prima delle elezioni, darebbe luogo a una campagna forsennata contro di noi. Tutti i temi più stupidi e provocatori dell’anticomunismo verrebbero al centro dell’attenzione pubblica, spostandola dai problemi reali del nostro paese». Ancora nel ’58 non aveva fatto mancare la sua voce per approvare l’impiccagione di Nagy e proprio nello stesso anno aveva dichiarato: «La destalinizzazione è una di quelle parole che servono per erudire i fessi. Cioè a creare nozioni cui non corrisponde nulla di reale».
La questione storica posta dal libro di Lehner sulla mancanza di soluzione di continuità prospetta quindi una soluzione antropologica. è cioè un fatto antropologico in quanto – ed è questa l’importanza della ricostruzione di Lehner – vediamo casi in cui sfuma il confine e manca appunto una soluzione di continuità nella stessa persona tra carnefice e vittima. Vediamo cioè i comunisti vivere incapsulati in una “condizione umana” in cui domina il Partito, la Classe, la Storia, il Bene della Causa, il Pericolo del Nemico.
La vicenda della corresponsabilità prima, dell’occultamento poi di questi fatti e della perdurante sostanziale apologia di Togliatti (che è il filo comune delle recenti autobiografie di personalità comuniste anche molto diverse tra loro come Giorgio Napolitano, Pietro Ingrao e Rossana Rossanda) ci riporta quindi alle origini della fede comunista: la lettura classista della storia del Novecento, la teorizzazione della superiorità – nonostante errori e difetti – del Pci e di Togliatti rispetto agli avversari, il primato della giustizia sociale sulle libertà “borghesi”. Per i comunisti la libertà può attendere e per questo Carlo Rosselli aveva invece nominato il proprio movimento “Giustizia e Libertà”.
Il libro di Lehner ci riporta così alla conclusione dello storico Richard Pipes: «Il comunismo non è stato una buona idea che ha avuto un cattivo esito; è stata una cattiva idea».

di Ugo Finetti

Il Domenicale N. 26 - DAL 1° AL 7 LUGLIO 2006

Valutazione Articolo

Punteggio Medio: Eccellente (Ottimo) - Voti: 12