DOSSIER - Le moschee in Italia e i furbetti...
Argomento: I diversi islam

Moschee, l’invasione silenziosa: in Italia sono già più di 600

La cifra esatta pare impossibile da ottenere. E grande è la reticenza dei rappresentanti delle comunità islamiche in Italia quando si rivolge loro la domanda. Ma tra mezze ammissioni e silenzi imbarazzati, un dato finalmente emerge: le moschee in Italia sono ben più di 600, oltre la metà delle quali situate nel Nord. Il che significa che i luoghi di culto riservati ai musulmani nel nostro Paese sono più che triplicati nel giro di cinque anni. E di mezzo ci sono i furbetti...



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Moschee, l’invasione silenziosa: in Italia sono già più di 600

Tra silenzi imbarazzati e mezze ammissioni, la scoperta che nel nostro Paese negli ultimi 5 anni i luoghi di preghiera islamici sono più che triplicati
Domanda semplice: quante sono le moschee in Italia? Mistero. Lo ignora l'Ucoii, l'Unione delle comunità islamiche nata dall'organizzazione radicale dei Fratelli musulmani e protagonista delle roventi polemiche estive contro Israele, che è il gruppo cui è legato il numero maggiore di locali di preghiera nel nostro Paese. Non lo sa la Lega musulmana, dalla quale dipendono il Centro culturale islamico d'Italia e la moschea di Roma. Non filtrano dati precisi nemmeno dal ministero dell'Interno, cui pure fa capo la Consulta islamica. La stessa Consulta nega che sia affar suo. In sostanza, non se ne occupa nessuno. Niente censimenti che diano un'idea della dimensione complessiva di un fenomeno in crescita tanto silenziosa quanto costante.
Altra domanda: si tace perché si ignora, oppure perché si vuole mantenere il segreto? Anche questo interrogativo è destinato a restare insoluto. Circolano soltanto voci difficili da verificare. A Colle Val d'Elsa, nell'incandescente terra di Siena dove è in costruzione una nuova, grande e contestatissima moschea, l'imam Ferras Jabareen (senza però specificare la fonte) parla di 612 associazioni islamiche con luogo di preghiera annesso. Cifra ridimensionata da Hamza Piccardo, portavoce dell'Ucoii, che ammette di conoscere 250 indirizzi, di cui 160 direttamente legati alla sua associazione: ma l'elenco dettagliato dei centri islamici (città, recapito e telefono) è stato cancellato dal sito Internet dell'Unione.
IGNORANZA E MISTERI
Nel 2002, quando le cose erano un po' più trasparenti, l'Ucoii dichiarava ufficialmente 133 luoghi di culto, più altri 120 segnalati ma non verificati, più un altro centinaio di centri sorti qua e là disordinatamente, senza pianificazione. In totale, circa 350. Appena un anno prima Magdi Allam, nel libro «Islam, Italia», ne contava 214 distinti in quattro tipi: le tre moschee vere e proprie (a Roma, Catania, Segrate, con tempio e minareto); una trentina di centri culturali islamici; un'ottantina di centri islamici e un centinaio di semplici luoghi di culto. Siamo alle soglie del 2007. Se si considera l'aumento dei musulmani in Italia e il consolidarsi delle comunità, l'ipotesi di 600 moschee non solo verrebbe confermata ma potrebbe rivelarsi addirittura riduttiva. A queste vanno aggiunte le sale di preghiera delle varie confraternite musulmane come per esempio quella della muridiya, che trova adepti soprattutto tra i senegalesi e ha la capitale a Pontevico (Brescia), dove una vecchia fabbrica di biciclette è stata trasformata nel più grande luogo di culto murid d'Europa.
Sul web si trovano elenchi dai quali si possono ricostruire quasi 400 riferimenti, dai circoli regolarmente costituiti fino a semplici indirizzi di posta elettronica di aspiranti imam. La maggiore concentrazione (oltre la metà) è al nord: 55 in Piemonte, 65 in Lombardia, 35 in Veneto, una decina in Friuli, oltre 20 in Liguria, una cinquantina scarsa in Emilia Romagna e una dozzina in Trentino Alto Adige. Perché al nord? «In realtà la terza comunità islamica italiana è a Napoli - dice Piccardo - ma le moschee nascono dove c'è stabilità. E la stabilità presuppone il lavoro, mentre il sud è la patria del precariato e del lavoro nero». Comunque, stando a Internet, in Campania le associazioni islamiche sono quasi una trentina.
UNA RIPRODUZIONE RAPIDA
Dunque, la moltiplicazione delle moschee significa che l'islam, seconda religione più diffusa in Italia, si consolida di anno in anno. Secondo uno studio del ministero dell'Interno basato sui dati del dossier annuale Caritas-Migrantes, è praticata da oltre 1.200.000 persone, circa il 2,5 per cento della popolazione. Numero destinato a crescere rapidamente, visto che un bambino su 10 è straniero (addirittura 1 su 5 nelle regioni del Nord).
Ma non c'è soltanto il fattore demografico: è anche aumentato il numero dei musulmani praticanti. Nel 2001 Allam sosteneva che non più del 5 per cento degli maomettani seguisse rigorosamente i precetti del Corano. Ora gli studiosi sostengono che la quota ha superato il 20 per cento. E basterebbe girare per i quartieri a forte presenza straniera per constatare quanto siano aumentati i veli. Dopo l'11 settembre 2001 i gruppi più radicali si sono rinsaldati, i fedeli più lontani sono stati «re-islamizzati» e costretti ad allontanarsi dagli influssi occidentali. Così la sempre più estesa rete di moschee, oltre a consentire le pratiche rituali di una galassia polverizzata di fedeli, serve anche a riprendere il controllo dei musulmani tiepidi, moderati o laicizzati e ad accrescere il peso delle organizzazioni come l'Ucoii.
GLI STATUTI IN FAC-SIMILE
Formalmente, in mancanza di una forma di concordato, non si potrebbe parlare di moschee se non per l'edificio di Roma. Per aprire un luogo di preghiera si costituisce un centro o associazione islamica (bastano tre persone: presidente, segretario e tesoriere), registrarla in Comune o in Provincia sborsando poche decine di euro e affittare un locale. Di solito gli statuti sono basati sui modelli distribuiti dall'Ucoii.
I musulmani pregano in garage, palestre, scantinati, magazzini, capannoni industriali abbandonati, stanzette concesse sui luoghi di lavoro. Nulla di paragonabile con lo splendore dei grandi templi moreschi della Spagna meridionale o di Istanbul; del resto le moschee non sono templi consacrati come le chiese cristiane e gli arredi sono ridotti al minimo: un locale per le abluzioni rituali, scaffali per le scarpe, tappeti sgargianti, un leggio che sostituisce il pulpito dell'imam, una nicchia orientata verso la Mecca. La sacralità è garantita dal semplice fatto che qualcuno si prostri in direzione della pietra nera e reciti le preghiere rituali.
IMAM, CARRIERE VELOCI
Gli imam, cioè i «dottori» coranici, vengono scelti dalle varie comunità. Nei Paesi dove l'islam è religione di stato le cose non funzionano così: è il ministero degli Affari di culto che nomina i predicatori, accerta che conoscano il Corano e la legge del Profeta, sorveglia che cosa dicono e cosa fanno. Controlli ferrei: mentre da noi le moschee raddoppiano, in Marocco l'anno scorso ne sono state chiuse 145. Soltanto l'imam della grande moschea di Roma viene designato da una delle massime autorità islamiche mondiali. Lo scorso giugno, alla morte di Mahmoud Shweita, il Grande imam egiziano dell'università di al-Azhar, Mohammed Sayyed Tantawi, ha spedito a Roma il quarantanovenne cairota Ala Eddin Mohammed Ismail el Ghobashy. Il quale ha dovuto aspettare tre mesi per prendere possesso della moschea in attesa del visto e di sistemare le questioni familiari.
Per il resto, da noi si diventa imam per autocandidatura confermata dai pochi praticanti. Jabareen, per fare un esempio, fisioterapista in una clinica di Firenze e fautore di una moschea per migliaia di fedeli, è stato investito da 95 elettori. Gli imam italiani fanno i lavori più diversi: quello di Carpi (Modena), un ex giornalista pakistano, è responsabile di produzione in una azienda tessile; quello di San Giovanni in Persiceto (Bologna) vive di sussidi comunali; a Torino Bouriqui Bouchta, espulso il 6 settembre 2005, gestiva tre macellerie halal. L'imam di Casalmaggiore (Cremona), operaio in un'azienda chimica, ammette che non serve nessuna specifica preparazione teologica: «Nessun conduttore ha avuto una formazione esterna. Abbiamo imparato il Corano e gli Hadith diventando adulti nei nostri Paesi di origine. Da 1565 anni il Corano non cambia. Non possiamo certo essere noi poveracci quelli che mettono in discussione la legge islamica».
Accade così che vengano eletti non i più dotti ma i più loquaci, i più intraprendenti, i più legati alle varie organizzazioni. Non ci sono controlli, e se ne lamentano gli stessi moderati che chiedono allo Stato un'intesa complessiva (cioè che riguardi anche questioni come le scuole islamiche, la macellazione rituale, le sepolture). Nessuna garanzia sull'ortodossia della predicazione, sulla precedente formazione culturale e religiosa, sulla conduzione delle attività dei centri. E tra insegnamento religioso e centrale di indottrinamento il confine è quanto mai sottile. (1. Continua)
di Stefano Filippi
Il Giornale n. 304 del 2006-12-24 pagina 6


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Colle Val d’Elsa, la rabbia della gente. «Traditi dalla sinistra sulla moschea»
In Toscana rivolta contro la costruzione del nuovo luogo di culto islamico. «Qui abbiamo sempre votato Pci e Ds, ma ora in molti cominciamo a pentirci»

Il ferramenta scende dal camioncino tutto giulivo: «In pochi giorni è già la terza volta che mi chiamano da queste parti». Deve chiudere i terrazzini con verande in alluminio. Spifferi? «No, è per la nuova moschea», spiega un passante. I balconi delle palazzine, case Peep sul colle di fronte alla città vecchia, si affacciano sull’area verde sventrata dal cantiere del tempio. Camion, ruspe, betoniere, polvere e baccano. I lavori cominciati a fine novembre corrono: in meno di un mese scavate le fondamenta, gettato il magrone di calcestruzzo, piantati i ferri d’armatura, gettato il cemento per la prima soletta.
Il titolare dell’impresa costruttrice è Bouallegue Mounir, un tunisino venuto in Italia da 18 anni fa che «per cercare il pane pulito» ha accantonato la laurea in legge trasformandosi in manovale e poi in impresario edile. Sguazza felice nella melma del cantiere. «Finché il tempo è clemente dobbiamo marciare», sorride. Il tabellone con la concessione edilizia gli dà due anni: «Ma di questo passo ne tiro su tre, di moschee». Più i lavori accelerano, più difficile sarà fermarli.
Su quello che resta del prato pubblico, nessuno osa mettere più piede. Erano seimila metri quadrati di erba spelacchiata, con tre panchine e sette lampioncini. Luci e sedili sono rimasti, la superficie verde è dimezzata. «A noi piaceva com’era - reclama il pensionato Massimo Bertinelli -. Nel parco noi passeggiamo, i ragazzini giocano, le mamme cullano i piccini, ci facciamo quello che ci garba. Invece ce lo stravolgono. Vogliono imporci la felicità che piace a loro». A presidiare questo ritaglio del bel tempo che fu e che non sarà, da metà dicembre c’è un presepe intagliato nel polistirolo. Una artigianalissima natività legata con il fil di ferro a un muretto e sovrastata da una grande croce di legno. La stella cometa è inchiodata al posto del cartello «Inri» sulla testa di Gesù.
La moschea di Colle Val d’Elsa, quella che si attirò l’invettiva di Oriana Fallaci, non si trascina una storia di razzismo, fascismo o fanatismo leghista, come molti sostengono dopo la piazzata di Mario Borghezio e lo sventolio di una bandiera con la svastica inalberata da Forza nuova. La gente del quartiere sta quasi tutta a sinistra. «Ho sempre votato Pci, Pds o Ds - ammette Bertinelli -. Lo sentivo vicino ai miei interessi. Ma ora in molti cominciamo a pentirci. Non so se voterei ancora la Quercia».
A Colle il centro islamico ha da anni una sede in uno slargo a pochi passi dalla grande piazza Arnolfo, ai piedi delle mura medievali. Le stanze sono piccole e disadorne, come tanti altri luoghi di preghiera sparsi per l’Italia. I negozianti del quartiere (bar, ristoranti, supermercati e botteghe, un’edicola) calcolano che il venerdì sia frequentata da 200 persone al massimo; del resto all’elezione dell’imam Ferras Jabareen, due anni fa, hanno partecipato 135 fedeli (85 favorevoli). Stando al numero di fedeli, non c’è bisogno di una nuova moschea.
E infatti, ammette lo stesso Jabareen, un fisioterapista quarantenne che viene chiamato «il dottore», l’idea del nuovo edificio non è stata loro ma di Marco Spinelli, sindaco ds dal 1994 al 2004. Fu lui a offrire metà (3.200 metri quadrati) del parco comunale San Lazzaro nel quartiere Abbadia alla Comunità musulmana di Siena e provincia, che all’articolo 2 dello statuto esplicita l’adesione agli estremisti dell’Ucoii. Un’organizzazione che non ha trovato altra data che il giorno di Natale per celebrare a Rimini il suo convegno nazionale numero 36.
Nei disegni dell’amministrazione di sinistra la moschea doveva essere l’emblema dell’integrazione etnoreligiosa, l’avamposto della multiculturalità in una zona «rossa» che ha sempre catalizzato industrie e immigrazione, dal Sud e dall’estero: oggi a Colle sono rappresentati 64 Paesi. Fu la giunta comunale ad affidare (e a pagare) lo studio di fattibilità all’architetto tarantino Danilo Raccuja, convertito all’islam e consulente delle comunità musulmane d’Italia con vasto giro d’affari in Nordafrica. Lo stesso Comune, nonostante il Comitato di garanzia abbia dichiarato che l’opera «è priva di interesse generale in quanto presentata da soggetto privato», ha deciso di non incassare gli oneri di urbanizzazione e costruzione e di fissare un canone d’affitto poco più che simbolico. Viceversa, proprio per l’assenza di interesse generale, l’amministrazione ha bocciato due richieste di referendum consultivo presentate da migliaia di colligiani.
A sostegno del progetto è intervenuta la Fondazione Monte dei Paschi nella cui Deputazione generale (cioè il consiglio di amministrazione) sedeva Spinelli prima di cedere la poltrona all’attuale sindaco, il ds Paolo Brogioni. Mps sborserà 300mila euro, circa metà del preventivo, e ne aggiungerà altri 200mila per «riqualificare» quello che resterà del parco: un campo di gioco polifunzionale in cemento, una passeggiata pedonale (in cemento), 98 panchine, sei bagni pubblici. In previsione ci sono anche una nuova strada con 50 posti auto. «Dicono che lo fanno per gli abitanti - scuote la testa Leonardo Fiore, consigliere della lista civica anti moschea - ma anche un bimbo capisce che sono strutture a uso e consumo di chi frequenterà la moschea. Bagni, panchine e in futuro una cinquantina di posti auto: il parco diventerà un bivacco. La loro riqualificazione non la vogliamo».
Gli animi sono tesi. Molte auto passano strombazzando, le manifestazioni di protesta si susseguono, migliaia di firme contro l’edificio sono state raccolte e ignorate, le recinzioni del cantiere bersagliate da atti vandalici. «Noi non siamo contrari alla moschea - spiega Bertinelli -. La facciamo altrove, non qui, in mezzo alle case e su un’area pubblica. Il parco è proprietà della gente, non del sindaco, e abbiamo il diritto di dire la nostra. Invece siamo stati sempre messi di fronte al fatto compiuto. Non ce l’abbiamo con gli islamici, ma con i nostri amministratori. Abbiamo proposto almeno quattro terreni diversi, eravamo disposti ad autotassarci per pagare una permuta. Ma il comune è stato irremovibile».
Anche la comunità islamica era disposta a tirare fuori altro denaro: «Dieci, ventimila euro in più, che cosa sarebbero stati di fronte alla costruzione della casa di Dio?», esclama Mounir, il capocantiere. Così la cupola dorata troneggerà sui 2.400 metri cubi di vetro e cemento armato a ridosso delle case popolari dell’Abbadia con tanto di minareto, la torre del muezzin alta otto metri e mezzo: il sindaco lo chiama «un punto luce proiettato verso l’alto».
Al di là delle considerazioni sui modelli di civiltà e dei timori per il degrado sociale e l’ordine pubblico, la questione è che a Colle è vietato criticare il progetto. Per dare voce al malcontento l’onorevole Patrizia Paoletti Tangheroni (Forza Italia) è arrivata da Pisa: «Qualche collega mi ha sconsigliato dicendo: hanno eletto quel sindaco, si arrangino. La verità è che la gente va educata all’accoglienza, non obbligata». Nelle assemblee pubbliche si proclama che la moschea «è un diritto costituzionale intangibile». E si sente lo storico cattolico Franco Cardini paragonare le proteste contro la localizzazione del tempio a quelle contro gli inceneritori: «Se facciamo fallire questo esperimento annaffiamo la mala pianta del terrorismo e del fondamentalismo».
Dunque, gli estremisti non sono quelli dell’Ucoii, che negano il diritto di Israele a esistere, ma gli inquilini delle abitazioni popolari di Colle. Jabareen ripete: «Siamo sotto accusa per aver voluto aprire una casa di vetro secondo le regole del Paese che ci ha accolto». Il professor Mahmoud Salem el Sheikh, raffinato filologo egiziano docente a Firenze e specializzato a Oxford, se la ride dei terroristi islamici «così coglioni che finora in questo Paese non sono nemmeno riusciti a far brillare un petardo». Il Comune ha persino chiesto 3.000 euro al comitato promotore del referendum per le spese sostenute. Ma i colligiani senesi sono testardi. «In trent’anni la Salerno-Reggio Calabria non è ancora terminata - sentenzia una signora -. La moschea farà la stessa fine».
(2. Continua)
di Stefano Filippi
Il Giornale n. 51 del 2006-12-25 pagina 9

L’imam ringrazia Monte Paschi: «La banca ha fatto tanto per noi»

Lavorare stanca? Chiedere a Bouallegue Mounir, il costruttore della moschea: «Soffro di mal di schiena, dormo male, ma da quando ho finalmente aperto questo cantiere riposo come un angioletto, perché edifico la casa di Dio». Dalla montagna di terra scavata per le fondamenta, pochi chilometri dallo svincolo della superstrada Firenze-Siena (comodissimo da raggiungere per i futuri frequentatori da fuori paese), l’impresario tunisino si guarda attorno compiaciuto, come se tutto quello che lo circonda fosse suo. Ha battezzato la sua impresa di costruzioni «Rinascente», come l’islam in Italia e - fatalità - come la catena di grandi magazzini che quest’anno ha cancellato i presepi dal proprio assortimento. In tanti anni ha fabbricato case, alberghi, capannoni industriali; dà lavoro a italiani e stranieri. Sta realizzando il suo sogno, «un’opera che durerà per l’eternità».
Ferras Jabareen, l’imam, gli fa visita quasi tutti i giorni. Anche lui vive da molti anni in Italia, è gentile, parla come un sociologo. Descrive la moschea come un «progetto pilota unico in Italia», «una struttura di grande civiltà»: il complesso oltre alla sala per la preghiera ospiterà anche locali per incontri e una biblioteca e sarà gestito da un comitato scientifico di garanzia composto da quattro musulmani e quattro rappresentanti del Comune. «Abbiamo chiesto a tutte le comunità islamiche italiane di mandarci soldi. Il Monte dei Paschi ha fatto tanto, ma non basta. Molte ci hanno già risposto; una moschea si è rifiutata, una delle più estremiste, dove sono stati compiuti arresti per terrorismo: niente soldi, hanno detto, a chi collabora con gli infedeli».
Tutta la comunità musulmana senese è mobilitata per difendere l’inaspettato dono celeste. Un colligiano teme il ripetersi di situazioni tipo Porta Palazzo a Torino? «Non evochiamo fantasmi, non alimentiamo paure». Qualcuno parla di reciprocità? «Ma che argomenti sono, da noi in Tunisia c’è libertà, il presidente ha appena ordinato di costruire una chiesa cristiana a Djerba». E i «buuh» di protesta coprono l’onorevole Paoletti Tangheroni se osa dire che «la moschea non si può imporre per forza, finché ci sarà anche un solo cittadino contrario non dev’essere eretta perché la gente va educata all’integrazione e all’accoglienza, non costretta».
L’amministrazione comunale è tutt’uno con il combattivo gruppo di musulmani. Al quartiere Abbadia sono tutti elettori di sinistra, ma quando hanno protestato nelle strade non avevano al fianco né sindaco né assessori. I quali invece si sono affrettati a convocare un’assemblea pubblica di solidarietà con la comunità islamica dopo il terzo raid contro il cantiere della moschea. E all’ennesima richiesta di un referendum popolare, il sindaco ds Paolo Brogioni ha risposto con un sillogismo: «La moschea era nel mio programma, sono stato eletto lo stesso. Dunque non se ne parla più».
Il Giornale n. 51 del 2006-12-25 pagina 9


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Emilia, moschea abusiva col permesso del Comune
A San Giovanni in Persiceto gli islamici usano una vecchia palestra. La concessione d’affitto è scaduta due anni fa, ma un’associazione ha le chiavi dei locali e paga una cifra irrisoria

Il cartello appeso all’interno non lascia dubbi: «Moschea di San Giovanni in Persiceto». Sotto, giorno per giorno, mese per mese, ordinatamente, in un bell’inchiostro blu, compaiono gli orari quotidiani della preghiera islamica sovrastati dalle indicazioni in arabo con relative trascrizioni in italiano. A lato un secondo cartello che non lascia dubbi, anch’esso inquadrato sotto vetro da una cornice marrone: «Regolamento per l’uso degli impianti sportivi comunali». Se ne deduce: primo, che lo stabile è del Comune; secondo, che era una palestra; terzo, che adesso è un luogo di culto.
Stesi a terra sei grandi tappeti dove domina il colore turchese; appoggiato alla parete rivolta a est un piccolo pulpito con tre scalini e un leggio che sorregge un Corano dalla copertina istoriata. Lo spogliatoio è diventato il locale per le abluzioni rituali. Scarpe e ciabatte sono deposte in un angolo, perché non ci sono scaffali. Una vetrinetta chiusa a chiave custodisce registri e medaglie della sezione scherma dell’Unione Polisportiva Persicetana. Memorie del tempo che fu. Sedie pieghevoli accatastate, macchie di umidità sui muri. All’esterno, di fronte agli impianti sportivi (campo di calcio, di baseball, piscina, palestra, bocce), lungo una roggia poco fuori i bastioni che racchiudono il nucleo storico del paese, è un viavai di fedeli avvolti in tuniche e veli.
Tutto abusivo, un abuso che dura da oltre due anni. La «concessione in locazione per utilizzo temporaneo alla associazione senza fini di lucro Al Hidaia» è scaduta il 15 ottobre 2004 e non è stata rinnovata. Ma l’associazione continua a utilizzare i locali, a tenere le chiavi e versare l’affitto, 120 euro mensili compresi oneri accessori e bollette. E il Comune, una giunta di sinistra guidata dal sindaco Paola Marani, continua a incassare e a non intervenire. Ogni tanto qualche promessa di destinare nuovi locali alla comunità islamica, ma nulla di più.
Del resto, il responsabile della moschea vive a spese del municipio, cioè della collettività. Hamdi Hafed, 37 anni, originario di Sfax (Tunisia), moglie e quattro figli, vive in un appartamento in affitto a carico del Comune per una spesa di circa 7.000 euro annui. L’amministrazione di San Giovanni in Persiceto l’ha iscritto nell’albo dei beneficiari di contributi sociali: in questo modo Hafed riceve una serie di aiuti erogati dai servizi sociali (come buoni pasto e mensa) e gode di esenzioni dalle rette e dal trasporto scolastico (asilo ed elementari) per i figli. Una giunta straordinaria fu convocata con grande urgenza il 30 dicembre 2004 per deliberare la concessione dei benefici all’imam tunisino a partire dal 1° gennaio successivo. L’accordo per l’utilizzo della palestra-moschea era già decaduto da due mesi.
Il sindaco è stato incalzato dall’opposizione, soprattutto dal capogruppo Forza Italia-Udc di San Giovanni, Elia Broccoli. La linea difensiva del primo cittadino appare però debole. Paola Marani ha negato che nella palestra cadente di via Castagnolo vi sia una moschea. Sarebbe soltanto «un luogo di ritrovo». Ma la realtà dei fatti parla chiaro. E anche le carte firmate dal sindaco o dai suoi funzionari non lasciano margini: sia nella convenzione scaduta, sia nel relativo contratto di locazione, si parla espressamente di «palestra da adibire ad attività di culto, scuola di lingua araba e cultura e tradizione musulmana» perché «le comunità musulmane necessitano di spazi idonei da destinare temporaneamente ad attività di preghiera e socializzazione».
«Quello che preoccupa di più - osserva Broccoli - è che l’associazione Al Hidaya ha come obiettivi “sostenere i valori della cultura islamica senza discriminazioni e pregiudizi religiosi, razziali e politici”, ma poi accetta adesioni soltanto da privati e associazioni “appartenenti alla religione islamica”. Si attua una forma di discriminazione religiosa che rasenta l’incostituzionalità, una selezione inaccettabile che pone molti interrogativi sulla reale apertura culturale di questa associazione».
La storia della moschea è emblematica. A San Giovanni in Persiceto, una quindicina di chilometri a nord di Bologna, la presenza di stranieri soprattutto nordafricani è in crescita, legata soprattutto ai lavori agricoli. Il Comune aveva concesso la palestra alla polisportiva, che però ne faceva un uso sempre più ridotto fino a utilizzarla due pomeriggi settimanali per la scherma. Così fu decisa la coabitazione fra spadaccini e seguaci di Maometto. E partì dal municipio anche il suggerimento alla comunità musulmana di fondare un’associazione, cosa che avvenne nel 2002.
L’atto costitutivo fu siglato «nell’edificio comunale di via Castagnolo concesso in uso dalla associazione sportiva Upp con il consenso dell’amministrazione comunale, per alcune ore settimanali per consentire la preghiera collettiva della comunità islamica». Otto soci fondatori, due tunisini e sei marocchini; Hamdi Hafed è presidente, primo firmatario e il sodalizio ha sede provvisoria a casa sua. Il fine è «sostenere i valori della cultura islamica».
Una trafila già nota: un’amministrazione di centrosinistra sollecita il consolidamento della presenza musulmana, mette a disposizione locali pubblici e chiude un occhio su situazioni poco chiare. Quando la scherma abbandonò la pedana, la palestra finì di fatto in uso esclusivo ad Al Hidaya. Nessun controllo è stato svolto sull’utilizzo dei locali. E ora che il sindaco propone soluzioni alternative, l’associazione punta i piedi: a loro quei 130 metri quadrati spogli e fuori norma vanno più che bene. Anche perché è già suolo consacrato ad Allah. (3. Continua)
di Stefano Filippi
Il Giornale n. 306 del 2006-12-28 pagina 6LIBERO 28 dic. 06


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Padova paradiso per i musulmani. Il Comune offre la supermoschea
La giunta rossa ha concesso alla comunità islamica un ex supermercato di 500 metri quadrati nella zona famigerata di via Anelli. Canone di affitto: zero

Una volta lo chiamavano la «sacrestia d’Italia», questo Veneto bigotto tutto casa, chiesa e Democrazia cristiana. La Dc è sparita, le chiese si spopolano e avanza l’islam. Che a Padova ha trovato un’amministrazione comunale (di centrosinistra) prodiga di regali. Una nuova moschea, gratis, nella famigerata via Anelli. Una superficie gigantesca, oltre 500 metri quadrati che fino a quattro anni fa ospitavano un supermercato, è stata trasformata in luogo di culto e socializzazione. Spese di affitto: zero. Garantisce il Comune.
L’idea è stata del capogruppo diessino in consiglio comunale, Umberto Zampieri. Come a Colle Val d’Elsa, c’è sempre un amministratore pubblico di sinistra che previene le richieste delle comunità musulmane. Nella Toscana di Arnolfo di Cambio i Ds vogliono essere gli apripista del multiculturalismo. Sotto le cupole della basilica di Sant’Antonio c’è qualche problema in più, la spinta di una drammatica emergenza: quella terra di nessuno appena fuori dal centro, regno dello spaccio e della malavita d’importazione. Le sei famose palazzine di via Anelli fecero il giro del mondo quest’estate, quando fu eretto il muro antispacciatori lungo 100 metri dopo un crescendo di violenze e scontri con le forze dell’ordine.
A cadenza regolare, questo ghetto invivibile si sta svuotando, il Comune sgombera proprietari e abusivi in attesa di definire il destino del complesso «Serenissima» entro l’estate, quando sarà rimasto un contenitore disabitato, il simbolo muto di un disastro. Nel frattempo bisogna trovare un alloggio agli inquilini. E una moschea ai musulmani. I quali avevano da sei anni in affitto (400 euro al mese) un locale per il culto al pianterreno del condominio, al civico 29 di via Anelli: una stanza piccola, che costringeva molti fedeli a stendere i loro tappetini all’esterno, sotto il porticato. «Dobbiamo aiutarli a trovare uno spazio idoneo, possiamo facilitarli in tutto affinché non ci siano intoppi burocratici. Possiamo trovare dei finanziamenti», spiegò il primo cittadino lo scorso agosto dopo la guerriglia tra polizia e malavita africana.
In ossequio al programma elettorale che prevedeva «l’impegno per realizzare un percorso di integrazione», Zanonato ha fatto di meglio: per la moschea ha preparato una soluzione «chiavi in mano» a costo zero. In via Anelli c’è una grande superficie inutilizzata, un ex supermercato. Il proprietario, la società Itd (International Transfer Diffusion, una serigrafia di Castelfranco Veneto), ha concesso il locale in comodato gratuito al Comune, il quale l’ha «sub-concesso» sempre gratis all’associazione islamica Rahma, che con 15mila euro ha ristrutturato e messo a norma l’immobile in tempo per potervi celebrare il Ramadan. C’è stata battaglia in giunta, perché la Margherita non era d’accordo. Durante un «conclave» convocato in un agriturismo a Salboro, il sindaco ha fatto una sfuriata al suo vice Claudio Sinigaglia e all'assessore Claudio Piron. E ha messo a tacere le frange moderate.
Alla fine è passata l’operazione pilotata da Daniela Ruffini (Rifondazione), assessore alla casa e all’immigrazione. Niente canone a carico del Comune, niente canone a carico del centro islamico. La delibera porta la data del 20 settembre. «Diversamente dall’affitto, un contratto di comodato si può rescindere in qualsiasi momento e dunque darà meno problemi quando dovranno lasciarlo. Potremo riprenderci lo stabile in ogni momento», dice l’assessore. Infatti la concessione del magazzino scadrà quando sarà completato lo sgombero di tutte le palazzine di via Anelli. Per quel giorno, l’associazione Rahma dovrà essersi trovata un’altra sede.
«Finalmente nel nuovo locale possono venire anche le donne e i bambini», dice Malek Abderrahim, il responsabile del sodalizio. Il giorno conclusivo del Ramadan, il 23 ottobre scorso, erano oltre 500 le persone in preghiera. Il venerdì sera, per la preghiera settimanale, si rischia di restare fuori se non si arriva in orario. Sono già state avviate scuole di Corano e di lingua araba per i più piccoli: per due ore la domenica mattina, seduti sui tappeti nuovi, si studia, si prega e si gioca. In cantiere c’è poi tutta una serie di iniziative culturali e anche assistenziali. «Questa però non è una scuola coranica e io non sono un imam perché non ho una conoscenza approfondita del Corano e degli editti del Profeta», precisa Abderrahim. Comunque è lui a guidare la preghiera e indirizzare le attività dell’associazione.
In città, però, galoppa lo scetticismo. La comunità islamica sarà capace di trovare un nuova moschea e attrezzarla entro l’estate, quando il complesso di via Anelli sarà raso al suolo? Davvero nessuno opporrà resistenza al momento di restituire quello che è diventato suolo consacrato ad Allah? Non ci saranno deroghe se il nuovo luogo di culto non sarà ancora pronto? E si accetterà tranquillamente di chiudere il principale luogo di ritrovo per i musulmani di Padova? «Chiunque voglia ascoltare senza pregiudizi ideologici l’umore prevalente in città, sa che a Padova sta passando un messaggio negativo e rischioso, che fomenta la diffidenza e la paura, l’esatto contrario dell’integrazione - sintetizza l’avvocato Domenico Menorello, consigliere comunale di Forza Italia -. Piaccia o no, l’apertura voluta e consentita dal Comune della moschea in via Anelli comunica due contenuti negativi: primo, che la priorità dell’amministrazione non è la sicurezza pubblica; secondo, che non c’è adeguata coscienza e difesa dell’identità occidentale».
(4. Continua)
di Stefano Filippi
Il Giornale n. 307 del 2006-12-29 pagina 4

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