DOSSIER La famiglia ferita: arrivano i «DICO»

«DICO» un solenne NO al Governo

*** Benedetto XVI riceve in udienza una delegazione dell’Accademia delle scienze morali e politiche di Parigi e torna a parlare della sua preoccupazione per la mentalità relativista che si diffonde in Europa: «La confusione a livello del matrimonio e il non riconoscimento dell’essere umano in tutte le tappe della sua esistenza, dal concepimento alla fine naturale – ha detto il Papa – lasciano pensare che ci siano dei periodi in cui l’essere umano non esista veramente». Ratzinger ha esortato ad avere «nella vita personale come in quella pubblica, il coraggio di dire la verità e di seguirla, d’essere liberi in rapporto al mondo che ha spesso la tendenza a imporre modi di vedere e comportamenti da adottare». «È importante non lasciarsi incatenare – ha spiegato Benedetto XVI – da elementi come il relativismo, la ricerca del potere e del profitto a tutti costi, la droga e le relazione affettive disordinate».
*** Dal Vaticano, l’«Osservatore Romano» insiste sull’«impegno di difesa della famiglia fondata sul matrimonio», annuncia la pubblicazione il prossimo 13 febbraio di una monografia su famiglia, matrimonio e unioni di fatto con citazioni del Papa e rivendica la risposta «agli attacchi di quanti, ancora oggi, vorrebbero tappare la bocca alla Chiesa e al Papa su temi tanto delicati quanto rilevanti».
*** Sui «DICO» interviene infine anche il vescovo di Piacenza e vicepresidente della Cei, Luciano Monari, con un intervento su «Avvenire»: «Il motivo per cui non riusciamo ad accettare i Pacs, o similia, come nuova figura giuridica - spiega - non è etico, ma politico. Non diciamo: le convivenze sono contro la morale cattolica e quindi siamo contrari a riconoscerle giuridicamente. Diciamo invece: le convivenze sono rischiose per il bene della società».
*** I giuristi fanno notare anche la «svista» clamorosa dei redattori del disegno di legge varato dal governo: si autorizza l'incesto fra fratello e sorella…
*** E intanto Rosy Bindi in un'intervista svela che soffre per la posizione della Chiesa. Non si attendeva una reazione così ferma contro i suoi «DICO». … Poveretta.

1) L'AVVERTIMENTO DELLA CHIESA
2) Sì del Consiglio dei Ministri al ddl Pollastrini-Bindi   
dell'Osservatore Romano
3) Società ipocrita se indebolisce la famiglia    di Mons. L. Munari, Vescovo di Piacenza
4)
Quella svista nel ddl che legalizza l'incesto
5) "Questa Chiesa così arroccata non capisce una legge giusta"    Intervista a Rosy Bindi



1)
L'AVVERTIMENTO DELLA CHIESA
"Dico", nuovo monito del Papa

Benedetto XVI è tornato questa mattina a toccare i temi del rispetto della vita, della difesa del matrimonio e dell’affettività fra uomo e donna

DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
AI MEMBRI DELL'"ACCADEMIA DELLE SCIENZE
MORALI E POLITICHE" DI PARIGI

Sabato, 10 febbraio 2007

Signor Segretario perpetuo,
Signor Cardinale,
Cari Amici Accademici, Signore e Signori,

È con piacere che vi accolgo oggi, membri dell'Accademia delle Scienze morali e politiche. In primo luogo, ringrazio il signor Michel Albert, Segretario perpetuo, per le parole con le quali si è fatto interprete della vostra delegazione, e anche per la medaglia che ricorda il mio ingresso come membro associato straniero della vostra nobile Istituzione.

L'Accademia delle Scienze morali e politiche è un luogo di scambi e di dibattiti, che propone a tutti i cittadini e al legislatore riflessioni per contribuire a "trovare le forme di organizzazione politica più favorevoli al bene pubblico e allo sviluppo dell'individuo". Di fatto, la riflessione e l'azione delle Autorità e dei cittadini devono essere incentrate su due elementi: il rispetto di ogni essere umano e la ricerca del bene comune. Nel mondo attuale è più che mai urgente invitare i nostri contemporanei a un'attenzione rinnovata per questi due elementi. In effetti, lo sviluppo del soggettivismo, che fa sì che ognuno tenda a considerarsi come unico punto di riferimento e a ritenere che quello che lui pensa abbia carattere di verità, ci esorta a formare le coscienze sui valori fondamentali, che non possono essere scherniti senza mettere in pericolo l'uomo e la società stessa, e sui criteri obiettivi di una decisione, che presuppongono un atto della ragione.

Come ho sottolineato durante la mia conferenza su la nuova Alleanza, tenuta dinanzi alla vostra Accademia nel 1995, la persona umana è "un essere costitutivamente in relazione", chiamato a sentirsi sempre più responsabile dei suoi fratelli e sorelle in umanità. La domanda posto da Dio, fin dal primo testo della Scrittura, deve risuonare incessantemente nel cuore di ognuno: "Dov'è... tuo fratello?". Il senso della fraternità e della solidarietà, e il senso del bene comune, si fondano sulla vigilanza rispetto ai propri fratelli e all'organizzazione della società, conferendo un posto ad ognuno, affinché possa vivere nella dignità, avere un tetto e il necessario per la propria esistenza e per quella della famiglia di cui è responsabile. È in questo spirito che bisogna intendere la mozione che avete votato, lo scorso ottobre, riguardo ai diritti dell'uomo e la libertà di espressione, che fa parte dei diritti fondamentali, avendo sempre a cuore di non schernire la dignità fondamentale delle persone e dei gruppi umani, e di rispettare le loro credenze religiose.

Che mi sia permesso di ricordare anche dinanzi a voi la figura di Andreï Dimitrijevitch Sakharov, al quale sono succeduto nell'Accademia. Quest'alta personalità ci ricorda che è necessario, nella vita personale e nella vita pubblica, avere il coraggio di dire la verità e di seguirla, di essere liberi rispetto al mondo circostante che tende spesso a imporre i suoi modi di vedere e i comportamenti da adottare. La vera libertà consiste nel procedere lungo il cammino della verità, secondo la propria vocazione, sapendo che ognuno dovrà rendere conto della propria vita al suo Creatore e Salvatore.

È importante che sappiamo proporre ai giovani un simile cammino, ricordando loro che il vero sviluppo non è a qualsiasi costo, e invitandoli a non accontentarsi di seguire tutte le mode che si presentano. Così, sapranno, con coraggio e tenacia, discernere il cammino della libertà e della felicità che presuppone vivere un certo numero di esigenze e compiere gli sforzi, i sacrifici e le rinunce necessarie per agire bene.

Una delle sfide per i nostri contemporanei, e in particolari per i giovani, consiste nell'accettare di non vivere semplicemente nell'esteriorità, nell'apparire, ma nello sviluppare la vita interiore, ambito unificatore dell'essere e dell'agire, luogo del riconoscimento della nostra dignità di figli di Dio chiamati alla libertà, non separandosi dalla fonte della vita, ma rimanendo legati ad essa. Ciò che allieta il cuore degli uomini è il riconoscersi figli o figlie di Dio, è una vita bella e buona sotto lo sguardo di Dio, come anche le vittorie ottenute sul male e contro la menzogna. Permettendo a ognuno di scoprire che la vita ha un senso e che egli ne è responsabile, apriamo la via a una maturazione delle persone e a una umanità riconciliata, desiderosa del bene comune.

Lo studioso russo Sakharov ne è un esempio; mentre, nel periodo comunista, la sua libertà esteriore veniva ostacolata, la sua libertà interiore, che nessuno poteva togliergli, l'autorizzava a prendere la parola per difendere con fermezza i suoi concittadini, nel nome del bene comune. Anche oggi è importante che l'uomo non si lasci ostacolare da catene esteriori, come il relativismo, la ricerca del potere e del profitto a ogni costo, la droga, rapporti affettivi sregolati, la confusione nel campo del matrimonio, il non riconoscimento dell'essere umano in tutte le fasi della sua esistenza, dal suo concepimento alla sua fine naturale, che lascia pensare che vi siano periodi in cui l'essere umano non esisterebbe realmente. Dobbiamo avere il coraggio di ricordare ai nostri contemporanei cos'è l'uomo e cos'è l'umanità. Invito le Autorità civili e le persone che hanno una funzione nella trasmissione dei valori ad avere sempre questo coraggio della verità sull'uomo.

Al termine del nostro incontro, permettetemi di auspicare che, attraverso i suoi lavori, l'Accademia delle Scienze morali e politiche, insieme ad altre istituzioni, possa sempre aiutare gli uomini a costruire una vita migliore e a edificare una società dove è bello vivere come fratelli. Questo auspicio si unisce alla preghiera che levo al Signore per voi, per le vostre famiglie e per tutti i membri dell'Accademia delle Scienze morali e politiche.

Libreria Editrice Vaticana

2)
Sì del Consiglio dei Ministri al ddl Pollastrini-Bindi
LA FAMIGLIA FERITA: ARRIVANO I «DICO»

Il Consiglio dei Ministri ha trovato l'accordo sul disegno di legge che nelle intenzioni del Governo dovrebbe disciplinare diritti e doveri delle persone conviventi, un provvedimento indicato con la sigla "Dico" (Diritti dei conviventi). Al Consiglio dei Ministri che si è tenuto nel pomeriggio di ieri, giovedì, non ha partecipato il ministro della Giustizia Clemente Mastella, il quale ha sì precisato che anche in Parlamento il suo partito non voterà a favore di questo disegno di legge, ma al contempo si è affrettato ad assicurare che questo "no" al provvedimento non porterà ad una crisi di Governo.
Le novità che i "Dico" vorrebbero introdurre nell'ordinamento italiano sono state anticipate dalle autrici dello stesso provvedimento, dal ministro per la Famiglia Rosy Bindi e dal ministro per le Pari Opportunità, Barbara Pollastrini.
I "Dico" dovrebbero regolamentare le convivenze omosessuali e eterosessuali. In sostanza due persone di qualsiasi sesso, in mancanza di alcuni elementi ostativi, se residenti nella stessa abitazione, potrebbero rilasciare anche singolarmente una dichiarazione di convivenza, a partire dalla quale, dopo un certo periodo di tempo, maturano anche alcuni diritti, che vanno dal subentro nell'affitto in caso di morte di uno dei conviventi, ai cosiddetti alimenti (basterebbero in entrambi i casi 3 anni di convivenza) alla successione (per la quale servirebbero 9 anni). In caso di dichiarazione singola l'altro convivente dovrebbe necessariamente essere destinatario di una raccomandata con ricevuta di ritorno. Ancora incerta invece la regolamentazione per quanto riguarda le pensioni di reversibilità, tema rimandato di fatto alla futura riforma delle pensioni.
Dal punto di vista politico, a parte la posizione dell'Udeur di Mastella, il centrodestra ha già dichiarato la sua contrarietà, pur essendo disponibile ad un dibattito parlamentare che partirà dal Senato. Il Governo, infatti, sembra intenzionato a non porre la fiducia sul provvedimento, per non legare le proprie sorti ai "Dico" e per cercare sponde nell'altro schieramento politico.
Per il momento però sembra non ci siano le condizioni per un'intesa "bipartisan". Il disegno di legge illustrato dai ministri Pollastrini e Bindi non piace a nessuno del centrodestra, almeno stando alle prime dichiarazioni. Tra gli altri, Rocco Buttiglione parla di un provvedimento fortemente simbolico, che lede la famiglia. Lo stesso sostiene Gianni Alemanno, di Alleanza Nazionale, che vede molti diritti della famiglia lesi dai diritti che verrebbero riconosciuti ai conviventi con questi cosiddetti "Dico".
Nel centrosinistra invece c'è soddisfazione, anche se la sinistra radicale ammette che avrebbe voluto un provvedimento diverso, magari anche l'introduzione di un registro anagrafico a parte per le coppie conviventi etero od omosessuali.

L'Osservatore Romano - 10 Febbraio 2007


3)
Società ipocrita se indebolisce la famiglia

di Mons. Luciano Monari
*Vescovo Di Piacenza-Bobbio

Il motivo per cui non riusciamo ad accettare i pacs, o similia, come nuova figura giuridica non è etico, ma politico. Non diciamo: le convivenze sono contro la morale cattolica e quindi siamo contrari a riconoscerle giuridicamente. Diciamo invece: le convivenze sono rischiose per il bene della società e per questo siamo contrari a una loro legalizzazione. Perché riteniamo che un riconoscimento giuridico delle convivenze sia contrario al bene della società italiana? Perché un tale riconoscimento diminuisce e deforma la posizione della famiglia nel sistema sociale. Il ragionamento procede in questo modo: la famiglia svolge una funzione preziosa e delicata nella costruzione del benessere della società. Qualsiasi scelta che indebolisca questa funzione è pericolosa e va soppesata con attenzione. Ora, la scelta di legalizzare le unioni di fatto colloca la famiglia in una condizione di oggettiva debolezza. Attenti, quindi; c'è il rischio di tagliare il ramo su cui siamo seduti. Vediamo se il ragionamento fila.
La famiglia risponde, nella nostra società, a una funzione primaria: quella della procreazione, del mantenimento e della fondamentale educazione dei figli. Naturalmente, la famiglia svolge anche altre funzioni a livello affettivo, culturale o economico; ma questa (quella della generazione e dell'educazione dei figli) è una funzione squisitamente sociale che la famiglia svolge; dal modo in cui questa funzione viene svolta dipende in gran parte il benessere della società e il suo stesso futuro. Chi si sposa assume dei doveri e delle responsabilità che non sono affatto leggeri ma che permettono alla famiglia di svolgere il suo compito nella società. Questo è il motivo per cui la legge chiede una certa stabilità della famiglia: riconosce il divorzio, certo, ma lo ratifica solo dopo la verifica di alcune condizioni poste dal legislatore. Lo Stato cerca di rendere stabile la famiglia non per motivi etici ma perché riconosce che il proprio benessere dipende (anche) dal buon funzionamento dell'istituto familiare.
Già ora la famiglia è evidentemente in crisi e questa crisi è pagata a caro prezzo dalla società. Se i figli crescono più insicuri e aggressivi è perché non hanno alle spalle la sicurezza affettiva e sociale della loro famiglia. Il disagio è notevole: anzitutto per loro, i figli, ma anche per la società nel suo complesso. Non è mai stato facile, nel mondo moderno, superare la crisi dell'adolescenza, imparare ad accettare se stessi, entrare in rapporto fiducioso e leale, di collaborazione con gli altri. Ma questo passaggio diventa ancora più difficile se un ragazzo non si sente sicuro affettivamente: se teme che i suoi genitori si possano dividere, se immagina di dover fare la spola tra un genitore e l'altro, se non sa quale atteggiamento tenere nei confronti di ciascuno e non è sicuro dell'atteggiamento dei genitori nei suoi confronti. È un prezzo altissimo che i giovani sono costretti a pagare.
Non è certamente estraneo a questa situazione il fatto che i giovani - ci dicono - vedono il futuro più con timore che con speranza. E non è solo per la precarietà del lavoro; è per la precarietà affettiva che non dà loro che poche, incerte speranze di essere veramente accettati e amati per sempre. La sofferenza che si paga per questa situazione è anzitutto personale, ma è anche sociale perché questa insicurezza genera paura e sospetto, quindi diffidenza e aggressività; rende i rapporti con gli altri problematici, non sereni; rischia di far percepire la presenza degli altri come un pericolo anziché come una ricchezza.
Ora, se si delinea una figura giuridica dei pacs (o similia) inevitabilmente si lede la posizione che la famiglia ha oggi nel sistema giuridico italiano. Famiglia e pacs sono alternativi (o… o…) e questa alternativa viene proposta ai giovani. Più o meno così: «Hai davanti a te la vita: scegli liberamente se vuoi impegnarti nel vincolo familiare o se vuoi unirti senza impegno col tuo partner; per me, società, questa scelta è indifferente; ti tratterò nello stesso modo qualunque strada tu preferisca».
Una simile alternativa è socialmente distruttiva perché contiene surrettiziamente un ragionamento del tipo: «Se non sei sciocco, scegli i pacs: avrai le stesse garanzie della famiglia e non dovrai subirne i vincoli».
Se la società considera la famiglia un bene per la società (e cioè concretamente un "meglio") deve evidentemente favorirla; se non la favorisce, deve sapere che ne pagherà il prezzo. È un prezzo il cui pagamento sembra lontano nel tempo, e soprattutto è un prezzo che pagheranno gli altri (i figli e i figli dei figli); perciò appare preferibile, dal punto di vista personale, scegliere in questa direzione. Ma non possiamo illuderci che questo possa avvenire senza delle conseguenze sociali, cioè senza delle reali sofferenze.
Una delle leggi dell'economia dice che la moneta peggiore caccia la migliore; non so se esista una analoga legge della sociologia per cui l'istituzione più facile (i pacs) caccerebbe quella più difficile (la famiglia). Ma sembra logico e, in ogni modo, non vorrei dover verificare il funzionamento di questa legge.
Obiezione: di fatto esistono numerose convivenze e non si può fare a meno di prenderne atto. Queste convivenze non sono famiglie ma svolgono pure alcune funzioni sociali (sostegno reciproco, integrazione affettiva, a volte anche la procreazione). Dobbiamo far finta di niente? O il bene della società suggerisce che anche a queste unioni vengano garantite alcune protezioni sociali?
Se il problema è quello di offrire certe garanzie anche a chi non se la sente di costituire una famiglia, la strada esiste ed è quella del diritto della persona. Si possono fare leggi che garantiscano alle persone questo o quel diritto che si ritiene necessario (o utile) per loro. Per esempio: ai genitori non sposati si riconoscono diritti-doveri analoghi a quelli che hanno i genitori sposati; o casi simili. Ma costituire per questo una nuova figura giuridica (unione libera di adulti) non è necessario. E se lo si ritiene necessario non è per garantire certi diritti (che possono essere garantiti altrimenti) ma proprio perché si vuole collocare accanto alla famiglia una figura giuridica alternativa.
Certo, è possibile scegliere qualsiasi alternativa. Ma essendo ben consapevoli degli effetti che le nostre scelte hanno. Sarebbe stupido pensare che una scelta, quale che sia, non abbia conseguenze. E a me sembra evidente che una diminuzione del primato della famiglia porterebbe (forse) a un accentuarsi del problema demografico, ma (certo) a un aggravarsi della crisi educativa delle nuove generazioni. Rischiamo di essere una società ipocrita, che si scandalizza per gli effetti delle sue scelte ma non vuole confessare di avere provocato essa stessa questi effetti e non accetta di mettere in discussione le sue scelte.
Un proverbio vecchio insegnava che «non si può volere la botte piena e la moglie ubriaca». Traduzione: non si può volere una vita personale libera da ogni vincolo e nello stesso tempo sperare che la società sia ordinata e solidale; non si può volere la sicurezza che viene dal senso di responsabilità di ciascuno e nello stesso tempo pretendere la licenza che viene dal non volere vincolo alcuno.

Avvenire 10 febbraio 2007


4)
Quella svista nel ddl che legalizza l'incesto

Ci mancava solo l'incesto di Stato. Un'affermazione così grave, capace di far rabbrividire non solo i cattolici ma chiunque abbia buon senso è tutta in un tecnicismo giuridico ma vera. Sia ben chiaro, si tratterà di una svista nella redazione del testo, della quale si sono accorti solo gli esperti di diritto civile. I DICO, il disegno di legge varato dal governo, di fatto, autorizza l'incesto fra fratello e sorella, oppure fra fratelli e sorelle se le tendenze non sono eterosessuali. Tra le esclusioni - per la sottoscrizioni dei DICO - fissate dal disegno di legge, si prevede quella tra parenti in linea retta dal terzo grado in poi, ma non si escludono, testo alla mano, i parenti di secondo grado, che per l'appunto sono fratelli e sorelle. Il nostro ordinamento giuridico, come quelli di tutte le nazioni civili, esclude il matrimonio tra persone che abbiano vincoli di consanguineità. Non solo, il codice penale italiano stabilisce la pena della reclusione da uno a cinque anni per chiunque commetta incesto con un discendente o un ascendente, o con un affine in linea retta, cioè con un fratello o con una sorella. Ora, disegno di legge alla mano, il testo non esclude la sottoscrizione dei DICO fra persone legate da vincoli di secondo grado in linea collaterale. E poiché la natura sessuale di queste unioni è implicita nelle esclusioni sancite per gli altri parenti, l'errore risulta evidente. È chiaro che non c'è alcuna intenzionalità e - si spera - verrà posto rimedio in aula, ma il grande giurista Vittorio Bachelet, di cui spesso Rosy Bindi rivendica di essere allieva, sarebbe rimasto di sasso di fronte a questo errore.

di Gennaro Sangiuliano
LIBERO 10 febbraio 2007


5)

Intervista al ministro della Famiglia: "stiamo dando diritti ai deboli, non alternative al matrimonio"
"Questa Chiesa così arroccata non capisce una legge giusta"
"Bindi: Soffro ma ho imparato della Dc che la politica è laica"

ROMA - Bussano. "Cosa c'è, un'altra scomunica?", domanda Rosy Bindi. No, questo è un mazzo di fiori: il biglietto porta la firma di un'attrice. Sollievo, breve pausa per un succo di frutta. Sul tavolo del salottino del ministro le notizie del giorno. In cima: il Papa "preoccupato". Lui personalmente, Benedetto XVI. Subito sotto l'agenzia di stampa dei vescovi, poi l'Osservatore romano, poi Radio vaticana: 'i Dico sono una minaccia per la società'. In coda Mastella.
"Radio vaticana ha solo trasmesso un commento di D'Agostino, il presidente dei giuristi cattolici..."
Ministro Bindi, possiamo anche minimizzare ma si tratta di un'offensiva formidabile e univoca, il Santo Padre in testa.
"Non voglio minimizzare. Cosa vuole che le dica? Ogni giorno ha la sua pena".
Cosa risponde al Papa?
"Non sono abituata a rivolgermi direttamente a Lui. Non nego che per me sia un momento di grande sofferenza. La maggiore è quella dell'incomprensione. Abbiamo scritto una legge giusta che tutela i più deboli, riconosce diritti alle persone discriminate e non crea nessuna figura giuridica che possa attentare alla famiglia. Non è negando diritti e doveri a chi è in difficoltà che si difende la famiglia. Soffro come credente prima che come politica".
Soffre del fatto che la Chiesa sia arroccata su posizioni distanti dal sentire comune persino di molti cattolici?
"E' così. Mi domando perché una Chiesa che assolve in confessionale e che vive accanto a chi ha bisogno poi invece nella sua parola appaia sempre giudicante. Questo crea una distanza. L'insegnamento cattolico dice un'altra cosa: parla di valore della giustizia, di pace, di libertà personale, di accoglienza appunto persino nell'errore. Di carità e di misericordia".
Viene in mente il funerale negato a Welby.
"Ecco: c'erano gli estremi per dire di no, la decisione era corretta. Proprio per questo sarebbe stato possibile dire di sì, in qualche forma: si sarebbero capiti meglio i motivi del no, sarebbe stata chiara la grandezza della Chiesa. La strada per comunicare la verità è la misericordia. La strada per cercarla è il dialogo".
Lei ha detto che il momento in cui ha capito di dover andare avanti da sola è coinciso col "non possumus" dei vescovi.
"Certo. Io ho parlato in questo mese con tutti: con le associazioni degli omosessuali, dei notai e degli avvocati..."
... con il segretario della Cei Betori, col ministro della famiglia della Santa Sede Trujillo...
"Con tutti, e assiduamente con il mio mondo di riferimento come è normale. Con Trujillo abbiamo avuto rapporti istituzionali fra ministri. Poi però quando il dialogo si interrompe unilateralmente resti da solo: sono momenti difficili in cui devi fare appello alla tua coscienza. Sto andando adesso alla messa in ricordo di Bachelet, un vero laico cristiano. Diceva: bisogna essere autenticamente figli della Chiesa e cittadini del proprio Stato".
Cosa le ha detto Prodi il giorno del 'non possumus'?
"Ci siamo detti andiamo avanti. Era molto sereno".
Non teme che essere 'scomunicata' dalle gerarchie possa accreditare altri, nel suo partito, come referenti del Vaticano?
"Un politico non deve sentirsi il referente di nessuno. Il mio riferimento è il Paese, certo anche il mondo cattolico che fa parte del popolo italiano. Mi sento un'erede della Dc: era un partito di cattolici ma un partito laico. E' lì che ho imparato".
Come va con Rutelli?
"Abbiamo avuto momenti di discussione animata giusto fino a ieri. Ora meglio. Abbiamo raggiunto uno scopo comune: non volevamo creare una figura giuridica alternativa al matrimonio. Questo è".
Da sinistra dicono: troppo poco. Il progetto iniziale prevedeva un registro delle convivenze, questo testo certifica quel che già esiste. Si va all'anagrafe e si mette una postilla: "convivenza affettiva".
"Non è affatto poco. Si assegnano diritti ai più deboli: pensi al convivente che non lavora, a quelle coppie in cui uno dei due non può o non vuole sposarsi, a due sorelle anziane, a una coppia di omosessuali a cui sinora nessun diritto e dovere era riconosciuto. A una zia e una nipote, ho qui una lettera, ecco: una zia e una nipote che vivono come madre e figlia da trent'anni".
Nove anni per attivare il diritto alla successione sono molti.
"Sono un anno meno di un mutuo decennale. Si parla di trasferimento di beni in caso di morte".
Da destra dicono che così eredita il convivente e non i figli di un eventuale precedente matrimonio, che per attivare diritti bisogna assumersi responsabilità: sposarsi, insomma .
"E' falso. I figli ereditano sempre la quota legittima. Tra l'altro se i nuovi conviventi si sposassero i figli precedenti erediterebbero di meno. E comunque c'è chi non può e non vuole sposarsi ma non per questo il legame può essere ignorato".
Lei farebbe un Dico?
"Con mia sorella, coi miei nipoti. Lo farei, ma io non ne ho bisogno. Le coppie omosessuali celebri e potenti non ne hanno. Dobbiamo uscire dall'ipocrisia: in questo paese chi se lo può permettere vive come vuole. E' chi non ha tutela che deve essere protetto".
Lei crede che l'offensiva della chiesa si trasformerà in una campagna paragonabile a quelle contro il divorzio e l'aborto, o anche solo all'opposizione di piazza a Zapatero?
"Io non sono Zapatero, come è del tutto evidente. Questa legge fa riferimento all'anagrafe istituita da Tambroni nella Dc degli anni Cinquanta. Mi auguro davvero che non ci siamo campagne, sarebbe anacronistico. Credo che nel dibattito parlamentare potremo dimostrare che diamo qualcosa a qualcuno senza togliere niente a nessuno".
La verità: quanto ha pesato la sfida del Partito democratico?
"Ha pesato. E' stata una prova di dialogo, di responsabilità politica e di laicità. Senza questi tre elementi il Partito democratico non si può fare".
Un lavoro di donne, ha detto anche.
"Sicuro. Gli uomini devono sempre marcare il territorio e segnare il 'più uno'. Chi vince chi perde, ha presente? Le donne meno: hanno in mente il risultato".

di Concita De Gregorio
La Repubblica 10 febbraio 2007

 

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