A Torino il record dei divorzi…

Il triste primato di Torino

Ogni 100mila matrimoni, 231 si sciolgono in una pratica di divorzio. A Milano sono 195, a Venezia 169, a Bologna 192…

 



Torino che si spezza in due e tante volte lo fa per cose banali. «Motivi proprio futili. L’altro giorno per un elettrodomestico». Edoardo Rossi fa l’avvocato divorzista nella capitale piemontese e dice che «non è uno scherzo, è andata veramente così: Un elettrodomestico». E il primato dei divorzi finisce per svettare sulla Mole Antonelliana, messe lì una sopra l’altra banalità e ferite profonde. Ogni 100mila matrimoni, 231 si sciolgono in una pratica di divorzio. A Milano sono 195, a Venezia 169, a Bologna 192.
L’alto numero dei mariti e delle mogli torinesi che si promettono separazione eterna è «un fatto che domina sulle coppie più giovani», spiega Rossi. Tanto che circa il trenta per cento va a popolare le fila dell’effetto di ritorno. Lo chiamano così gli addetti ai lavori. Tutti gli ex che tornano a vivere a casa dei genitori, «laddove i genitori possono permetterselo. Sono soprattutto gli uomini a “fare ritorno”, per le crescenti difficoltà economiche che incontrano nell’arrivare a fine mese».
Vivere in due costa la metà, da soli il doppio. Sarà anche il conto della serva, ma «quello economico è anche uno dei motivi centrali per cui l’incremento dei divorzi presenterà una battuta d’arresto notevole», secondo Giacomo D’Aquino, torinese doc, psichiatra e psicoanalista. «Non per questo motivo, però, le coppie smettono di separarsi. Si separano, e sono tante, ma sempre meno arrivano e arriveranno alla definitività del divorzio».
ALLA CALVINO
D’Aquino segue le coppie torinesi in crisi da decenni. «I problemi che portano a lasciarsi oggi con più facilità sono tanti, di natura diversa. E molti accomunano Torino alle grandi metropoli del Nord: i ritmi di lavoro e di vita in primis. Ormai i matrimoni che saltano sono i due quinti di quelli che nascono. Non siamo ancora ai livelli delle medie registrate nel mondo anglosassone, dove sono la metà e non i due quinti».
Per ora, a non far ulteriormente impennare la proporzione è appunto «anche la crisi economica che stiamo attraversando e Torino in questo è più sofferente: la recessione che viviamo da alcuni mesi è più grave che altrove». E se c’è qualcos’altro a portare davanti al giudice mariti e mogli «è una caratteristica specifica dei torinesi, costituzionale del loro modo di essere: sono rigidi, molto rigidi. Uomini o donne che siano. Sono meno tolleranti di altri. Un po’ calvinisti». Se traditi, raramente ripartono.
Tra le cause (quelle dette) più diffuse, «restano, però, in prima linea i problemi di natura sessuale. L’insoddisfazione, in particolare, che si registra sempre più frequentemente», spiegano dalla sezione piemontese dell’Ami, l’associazione che raccoglie i matrimonialisti italiani.
In molte coppie a vacillare è l’”assenza” di lei. Che nel 73% dei casi ha un’occupazione stabile: «La maggior autonomia delle donne è ancora un fattore che incide», conclude Rossi, «anche se il problema, all’origine, è sempre quello di un livello di “sopportazione” sempre più basso».
Il professor D’Aquino si vede arrivare coppie dal Sud che tirano dritto fino a Torino perché «qui siete più seri», dicono. Eppure le città dove la tendenza è ribaltata e i divorzi sono ancora l’eccezione alla regola sono Caltanisetta e Messina. Questione di serietà.
I divorzi che spezzano Torino «sono di coppie giovani», ribadisce l’assessore alla Famiglia, Marco Borgione, «è un problema culturale: tutto quello che ci sta intorno invita al disimpegno, niente aiuta in un lavoro, nel sacrificio. Per cui, alla prima difficoltà si molla». L’esatto contrario «di quello che, sempre a Torino, vediamo quando si festeggiano sposi al cinquantesimo anniversario di matrimonio. Perché qui ci sono anche questi casi, non solo quelli che si lasciano...». Che pur sono tanti. Quanto «le donne, numerose, che col Comune ci troviamo a sostenere, perché sono state lasciate dai mariti e fanno fatica ad andare avanti: spesso hanno figli, ma non la capacità di creare reddito».
PRIMATI ITALIANI
Torino ha il suo primato triste, ogni città ha il suo record. L’hit parade fatta di strade e palazzi che disegnano il profilo alle abitudini e alle scelte di chi le abita.
C’è la città della giustizia lumaca, che è Vicenza. C’è Benevento che vince la palma per la Procura più fannullona: 1500 giorni di assenza su 50 dipendenti. Ma è anche la città più brava a diffondere la raccolta differenziata, nonostante la vicina Napoli. Messina è la città dove ci vuole più tempo per divorziare. Undici anni di procedura giudiziale contro i sette e mezzo di media nazionale: «Mancano le risorse in Tribunale, troppo carico di lavoro per poco personale e i tempi si dilatano», spiega il matrimonialista messinese Francesco Genovese.
Salerno è la città dove i matrimoni durano di più. Una media di vent’anni. Brescia, Trento e Venezia si aggiudicano il primato dei matrimoni meno duraturi, al massimo sedici.

di Alessandra Stoppa
Libero 1 agosto 2008

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