In soffitta la scuola figlia del ’68. Parla Giulio Tremonti

Due idee per abrogare il ’68 e chi “mangia” sulla scuola

La scuola italiana? È affetta, tra l'altro, da due mali specifici, che ne minano le fondamenta. Ne parla in questa intervista esclusiva per la Padania Giulio Tremonti, non come ministro dell'Economia, ma come uomo di cultura e di idee, come politico e come professore universitario. La prima questione è quella dei voti. La seconda, quella dei libri scolastici...

 



Professor Tremonti, iniziamo subito dal primo aspetto.

«I numeri sono una cosa, i giudizi sono una cosa diversa. I numeri sono una cosa precisa, i giudizi sono spesso confusi. Ci sarà del resto una ragione se tutti i fenomeni significativi sono misurati con i numeri... Un terremoto? È misurato con i numeri della scala Mercalli o Richter. Il moto marino? In base alla scala numerica della "forza". La pendenza di una parete in montagna? In base ai gradi. La temperatura del corpo umano? Ancora in base ai gradi. La mente umana è semplice e risponde a stimoli semplici. I numeri sono insieme precisi e semplici. Il messaggio che trasmettono è un messaggio diretto. Se gli stessi fenomeni - terremoto, moto marino, pendenza, temperatura corporea... - fossero espressi non con numeri, ma attraverso frasi complesse e con finalità descrittive...»

Verrebbe fuori un gran casino...

Esatto. Prendiamo il caso del moto marino: cosa vuol dire, se invece di parlare di "forza x", si dice "molto brutto" o "tendente al mosso"? Il messaggio che trasmetti non è chiaro. Questo è esattamente ciò che accade nei due segmenti di base, e perciò fondamentali, della nostra scuola, quello elementare e quello medio.

Ma nella scuola superiore i numeri ci sono.

«Certo, ma sono "grandi numeri". Si è passati dal 10 verso il 100 e più metti numeri, più fai confusione. Torniamo comunque alle elementari e alle medie e cioè ai due segmenti essenziali della formazione scolastica. Qui non troviamo più i numeri, perché al loro posto sono stati inventati i giudizi. Tra numeri e giudizi c'è una differenza profonda. Ogni valutazione deve mettere capo a una classifica. Questa è la logica della valutazione. Se non c'è una classifica, non c'è neanche una reale valutazione. Nella scuola inglese, ad esempio, gli studenti sono addirittura classificati in un ordine rigido: in ogni classe esiste un primo classificato, un secondo e così via. Mi sembra francamente un'esagerazione. Ma non mi sembra affatto un'esagerazione tornare a dare i voti come una volta: 10, 9, 8 e così via. Perché la verità è semplice: dare un giudizio senza una classifica significa non dare affatto un giudizio reale. Il voto non esprime un arbitrio, ma al contrario obbliga l'insegnante e l'alunno ad assumersi precise responsabilità, a produrre una sintesi dei diversi materiali che stanno alla base della valutazione di un allievo. Dove non c'è un voto, non viene fornita una reale informazione sul reale andamento scolastico dello studente né a quest'ultimo, né alla sua famiglia. La logica del giudizio senza vincoli numerici è troppo spesso una logica dell'irresponsabilità, dell'ambiguità, del “detto e non detto”, dell'interpretazione casuale. I numeri possono tra l'altro riflettere una "media": invece, con gli aggettivi e gli avverbi di cui sono riempiti i cosiddetti giudizi, si fa solo confusione».

In che senso?

Naturalmente un po’ per scherzo, le farò alcuni esempi basati su "giudizi scolastici" e relative "interpretazioni autentiche". Vediamo: "Ha ottime capacità di socializzazione". Che cosa vuol dire, che fa copiare i compiti ai compagni? "Collaborativo con i docenti". Ossia non esita a fare la spia? "Molto precoce per la sua età". Insomma, beve e fuma? "Spiccate doti di leader". Capeggia forse una banda di bulli? "Molto attento all'informazione". Legge a scuola la Gazzetta dello Sport?».

Il numero fa chiarezza...

«Esatto. C'è un numero da togliere e uno da introdurre. Quello da togliere è il numero 1968, sintetizzato in '68. È da quell'anno che inizia ciò che abbiamo convenuto di chiamare...».

Casino?

«Proprio così. In sintesi: 10,9,8,7,6... L'idea che mi pare giusta, al posto dei "nuovi" giudizi, è quella di tornare a questi "vecchi" numeri».

Il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini li sta introducendo di nuovo per la condotta...

«Modestamente e sommessamente, credo che sia più giusto estendere il voto dalla condotta al profitto, come si diceva una volta. E del resto, se sei capace di dare un voto sulla condotta, allora vuol dire che sei capace di dare un voto anche sull'italiano e sulla matematica. Al quasi-voto personalmente preferirei dunque il voto a tutto tondo».

E i giudizi? A suo parere devono sparire del tutto?

«Il giudizio può accompagnare il voto, renderlo chiaro, esplicitarlo, in una parola motivarlo, ma non può sostituirlo. Nella loro strutturale imprecisione, i giudizi da soli sono normale causa di confusione. Per come sono strutturati e "bizantinati", troppi giudizi sembrano fatti apposta per mandare fuori di testa i genitori o per stendere i ragazzi sul lettino dello psicanalista o per portarli tutti insieme da un avvocato che ti predispone il ricorso - quasi sempre vincente - davanti al Tar. Tutto questo mina gravemente un fondamento tradizionale della nostra società, che è quello del rapporto necessario di autorità e insieme di fiducia che ci deve essere tra l'allievo, la famiglia e l'insegnante. Si figuri poi quando gli insegnanti sono quattro per ogni classe!».

Un ulteriore problema.

«Sì, ma veniamo piuttosto all'altra questione che vogliamo qui affrontare, e non è certo la sola che affligge la nostra scuola».

Il secondo male al quale vuole accennare...

«È quello dei libri di testo. Nella scuola italiana da troppo tempo (e non era così prima: forse è un effetto negativo della "modernità") i manuali cambiano con una frequenza forsennata e parossistica. Cambiano per scelta del docente, ma cambiano soprattutto perché gli editori stampano ogni anno una nuova edizione di ciascun testo, in modo che quelli dell'anno precedente diventano automaticamente vecchi - fa più fino dire obsoleti - e con ciò sostanzialmente inutilizzabili. Su questa pratica si possono dire due cose essenziali: primo, che è ingiustificata. Secondo, che è contraria agli interessi della famiglia. Questa pratica è per cominciare sbagliata e ingiustificata, innanzi tutto perché non vi è alcuna reale esigenza didattica per il cambio annuale dei manuali. Le scuole non sono dottorati di ricerca, dove si è sempre sulla frontiera del cambiamento. A livello di scuola elementare, media e superiore, la matematica è quella di sempre, quella dell'Ottocento e del Novecento. Certo, si formulano nuovi teoremi di continuo e sembra sia ancora irrisolto "l'enigma dei numeri primi"! Sappiamo bene che la frontiera della scienza non è ferma, avanza continuamente: e tuttavia sappiamo altrettanto bene che la base necessaria e sufficiente per l'apprendimento scolastico non muta e non avanza necessariamente da un anno con l'altro. La stragrande maggioranza dei contenuti di insegnamento della matematica, della storia e della letteratura resta stabile durante lunghi periodi di tempo. Sicuramente non cambia per periodi di cinque o di dieci anni. Là dove vi sono reali cambiamenti, si può piuttosto prevedere che a manuali "consolidati" vengano aggiunte delle piccole appendici che riportino i fatti nuovi, che siano davvero rilevanti, o le nuove scoperte scientifiche».

Ma a volte l'esigenza del cambiamento di un manuale non è data da una scoperta, ma dall'invenzione di un nuovo metodo scolastico.

«Non mi sembra che le novità di metodo abbiano funzionato granché bene, quando emerge per esempio che il 60 per cento degli alunni italiani dovrebbe essere bocciato in matematica... Se la realtà è questa, vuol dire che a essere bocciati non dovrebbero essere gli allievi, ma i loro professori. O, più in generale, la scuola nel suo insieme, metodi “avanzati” compresi».

Mi diceva che tale pratica del cambio annuale dei manuali è anche contraria agli interessi della famiglia.

«È chiaro. Impedisce di passare i libri dai figli più grandi ai più piccoli come era una volta. O di comprare i manuali sul mercato dell'usato. Dopo essere stati utilizzati un anno solo, i testi diventano inutili. Tra l'altro questa pratica disabitua gli studenti a trattarli con cura, a considerarli oggetti di valore e dunque degni di attenzione. Ecco, io dico: i libri non possono essere un prodotto usa e getta».

Ma ormai si parla di e-book...

«Nell'agosto del 2004 mi trovavo, diciamo così, in vacanza due volte, in quanto era estate e in quanto ero stato escluso dal Governo. Ripresi allora la mia collaborazione col Corriere della Sera e scrissi un articolo intitolato "L'e-book, rivoluzione a scuola". Formulavo un'ipotesi in effetti "rivoluzionaria", che incontrò resistenze culturali, legate al culto del libro come oggetto fisico - un culto per la verità fortemente comprensibile - ma soprattutto resistenze materiali: l'interesse opposto degli editori di libri "a getto continuo". In questi termini l'ipotesi si scontrò con quel "kombinat ministerial-editorial-culturale", che basa il suo potere su una rete di "scambi" culturali, di "cambiamenti", un sistema permanente che fa il potere e la fortuna di chi c'è dentro, ma nuoce gravemente alla salute del bilancio delle famiglie».

Scontrandosi contro questo doppio blocco, l'idea rivoluzionaria dell'ebook non è andata avanti.

«Non solo: incontra forti resistenze anche la proposta, che abbiamo appena formulato, di creare una corsia privilegiata per i libri scaricabili dalla rete».

Lei però dice: è venuta l'ora di cambiare...

«Viviamo in un mondo alla rovescia in cui le classi non vengono disegnate in base al numero degli alunni, ma in base a quello dei posti da insegnante che si ritiene necessario stabilire per avere "consenso sociale". Un tipo di consenso, questo, che si ritiene evidentemente più importante di quello famigliare o di quello popolare. E un mondo nel quale la cultura velleitaria del '68 è stata perfezionata con dosi massicce di “pensiero ministeriale centrale” - un caso in cui gli aggettivi cancellano il sostantivo - addizionata con logiche sindacali che sostituiscono l'asettica, secca ma responsabile e comprensibile classificazione numerica con formule di giudizio che tendono ad essere ipocrite, psicopedagogiche, bizantine, tautologiche, caramellose, offensivo-giudiziarie o presunte tali. Un mondo nel quale non è la scuola che è modellata per le famiglie, ma queste ultime a essere asservite a quel "pensiero ministeriale centrale" che l'ha finora dominata. Ancora: un mondo in cui non è la scuola a servire le famiglie, ma il "kombinat buro-scolastico" a servirsi di loro salassandole per sopravvivere esso stesso. È un "kombinat" che si nutre con le tasse e che lavora contro la famiglia: più figli hai, più sei costretto a pagare la tassa odiosa e impropria dei libri "nuovi" che ti costano ogni anno centinaia di euro. Forse anche questa, a favore dei "vecchi" voti e contro i "nuovi" libri, è una frontiera di quel cambiamento che la gente ci chiede; un cambiamento che non è un salto nel vuoto, come nel '68 o nella palude ministerial-centralburocratica che è venuta dopo, ma un ritorno al passato. Al buon senso e alla Logica, ai valori e alle tradizioni di un passato che deve tornare».

di Carlo Passera

La Padania, 12 agosto 2008

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