Verona, le ignobili menzogne di Dalla Bernardina
Argomento: Mass media

SCOOP DURATO LO SPAZIO DI UN MATTINO.
E ORA CHI PAGA I DANNI?


I racconti di chi ha frequentato l'istituto: «Accuse inverosimili. Quegli abusi non sarebbero passati inosservati. Tra noi ci si raccontava tutto. Avremmo saputo se fossero successe quelle cose».

1) Gli ex allievi del "Provolo": "Pedofilia? Mai visto nulla"

2) Intervista al vescovo Zenti: "Fantasie aberranti"

3) L'inferno non è al "Provolo": una lezione da ricordare




Verona, gli ex allievi del «Provolo»:
pedofilia? Mai visto nulla



Il più giovane ha 25 anni, il più anziano quasi 80. Sono decine e tutti molto arrabbiati: sono gli ex allievi dell’Istituto per sordi Provolo, messi insieme coprono tutto l’arco dei decenni in cui si sarebbero svolte le presunte violenze ai loro danni. Dal 1950 al 1984, oltre 30 anni, «ma guarda caso nessuno di noi ha mai sentito nulla». Sui giornali locali del mattino hanno letto cose che definiscono «dell’altro mondo», «follie», «menzogne intollerabili » e tutti sono d’accordo su un punto: «Speriamo che non si lasci correre, che si arrivi a un processo, perché chi ha messo in giro calunnie tanto gravi deve pagare».

Le calunnie cui si riferiscono sono quelle diffuse, con un servizio sull’Espresso, da Giorgio Dalla Bernardina, veronese, in un lontano passato per poco tempo alunno dell’Istituto (dopo poco era stato espulso per i suoi comportamenti), e oggi presidente della Associazione Sordi Antonio Provolo, che riunisce una sessantina di soci, gli stessi che hanno sottoscritto la testimonianza consegnata al settimanale. Per una strana combinazione, infatti, tutti quelli che secondo l’accusa avrebbero subìto violenza sarebbero in seguito confluiti nella stessa associazione, che fino ad oggi, peraltro, ha mantenuto ottimi rapporti con l’istituto tanto da riunirsi due volte la settimana in quella sede.

«Eravamo numerosissimi, possibile che quei sessanta hanno visto e subìto sevizie e violenze inaudite e noi non ci siamo mai accorti di nulla? – osserva Adriano S., classe 1940, per 8 anni cresciuto nell’Istituto veronese – Essendo sordi, vivevamo giorno e notte insieme, dormivamo, facevamo vita comune, se fosse vero ciò che scrive l’Espresso lo avremmo saputo tutti. Io poi sono uscito dal collegio che avevo 15 anni, a quell’età le cose si capiscono». Tanto più che i sordi vivono un’unione tutta particolare: inseriti in un collegio fin dalla prima età per imparare a emettere suoni che non sentono, a pronunciare parole a loro sconosciute, mai sentite dalle labbra della mamma, crescono lontani dai genitori, isolati da un mondo che parla e gli è estraneo, e così creano tra loro un cameratismo indissolubile:

«La mattina si andava a lezione – spiega Nicola – ma la nostra vera vita era tutto ciò che si svolgeva poi fuori dalla classe, pomeriggio e sera, quando tra noi ci si raccontava tutto, si condivideva anche il pensiero più intimo, si creava un legame da fratelli veri. Noi comunità sorda ci scambiamo ogni confidenza, e mai un abuso a uno di noi sarebbe passato inosservato, figuriamoci a danno di cento bambini, da parte di 25 religiosi, per 30 anni...». Suona tutto ancora più inverosimile, quando ascolti chi in quell’Istituto ha studiato, è diventato adulto. «I genitori venivano a trovarci la domenica, se abitavano vicino, altrimenti una volta al mese – continua Adriano S. – ma quei religiosi ci facevano da padre e da madre. Ricordo la sera quando uno per uno ci davano una carezza sulla testa, proprio come avrebbe fatto un padre ». Mario E. è rimasto in Istituto dal 1954 al 1971, la bellezza di 17 anni, e, come tutti, conosce da decenni Dalla Bernardina, «molto noto a Verona per il numero di cause che intenta a gente varia. Anche l’Ens, l’ente nazionale sordi, tempo fa gli ha presentato un provvedimento di espulsione perché non si atteneva ai comportamenti dettati dallo sta tuto. Ora è un uomo che, per risentimenti dovuti a uno sfratto subito dalla sua Associazione finora ospitata gratis nei locali dell’Istituto, ha pensato di vendicarsi così, ma in questo modo sputa nel piatto in cui ha mangiato e getta fango su una delle istituzioni più sante della città. Sono rimasto allibito a leggere di ' bambini sodomizzati per anni e a gruppi sotto l’altare' o nei con­fessionali e altre cose assolutamente impossibili. Conosco benissimo quelli che ha plagiato per farli firmare, sono i più deboli tra noi, poveretti, persone con forti problematiche, impaurite dal suo temperamento».

Ugo S. ha 71 anni, per 8 ha frequentato l’Istituto e ricorda bene quei sacerdoti, «severi, se devo proprio muovere una critica, che ci facevano pregare ogni mattina e studiare molto, ma oggi, che grazie a loro io so parlare, li ringrazio anche di questo». Come Giovanni M., ospite tra il 1950 e il ’59, «spesso malato, ma la notte se stavo male c’era sempre un prete che si svegliava per l’assistenza. Stanotte, dopo quello che avevo visto sul sito dell’Espresso, non ho chiuso occhio: troppo arrabbiato, perché accuse tanto fantastiche mi hanno sconvolto, solo una mente diabolica può inventare cose simili. Se dovessi de scrivere cos’è stato l’Istituto per me direi una sola parola: oro». Vittorio è vissuto 18 anni al Provolo, a partire dai «10 di scuola elementare anziché 5, perché ogni anno lo si ripeteva due volte per imparare a parlare, poi ho frequentato le medie e la scuola professionale interna. Nei preti ho trovato docenti di alto valore morale. Se oggi sono bilingue, e oltre alla lingua dei segni so anche parlare con la voce, lo devo ai miei buoni maestri che hanno tanto insistito. Erano gli anni ’50, in tutte le scuole allora si usava la bacchetta o scappava qualche scapellotto, questo sì, ma tutto rientrava in un legame affettivo sincero: loro ci hanno dato gli strumenti per affrontare una vita per noi molto difficile».

Ha pianto di vero dolore Paolo, 25 anni, troppo giovane per testimoniare, ma anche lui conosce bene alcuni dei preti accusati: «Una vigliaccata – dice – perché ormai non possono difendersi, non solo in quanto anziani, ma perché i presunti fatti sono caduti in prescrizione, gli si nega così la possibilità di lottare per il proprio onore. Perché chi li accusa ha parlato solo una volta scaduti i termini per un processo?». La Compagnia di Maria per l’Educazione dei Sordomuti è la più piccola congregazione di Verona, solo 26 allora (21 oggi), dei quali 25 avrebbero violentato sistematicamente cento bambini, e dieci di loro sarebbero ancora vivi. Era mattina ieri, quando uno dei più giovani con tatto ha chiesto all’anziano confratello se avesse saputo cosa sta succedendo in questi giorni. Il vecchio sacerdote era pensoso: lo aveva saputo. Poi sempre con tatto gli ha detto che su Internet erano anche circolati i nomi degli accusati ancora in vita. Con ansia il religioso ha chiesto se tra quelli figurasse anche lui. Saputo che era così si è illuminato: «Allora sono felice, adesso so che non c’è niente di vero».

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"Fantasie aberranti che infangano la diocesi"



«Sono entrato in questa diocesi il 30 giugno del 2007. Circa 14 mesi fa questo signore è venuto da me non a denunciare fatti di pedofilia, sia ben chiaro, ma ad accampare pretese sui beni immobili dell’Istituto Provolo: pretendeva di mantenere l’utilizzo di una palazzina e di una tenuta che per anni gli erano state offerte per generosità a titolo gratuito. Mi ha minacciato dicendo che si sarebbe vendicato con accuse di pedofilia e che avrebbe rovinato la congregazione. Gli ho chiesto invano informazioni più precise su tali accuse ma non ha voluto fare nomi» .

Non ci sta il vescovo di Verona, Giuseppe Zenti, a lasciare che « fantasie aberranti, create strumentalizzando testimoni improvvisati e inattendibili » infanghino « una congregazione e una diocesi, non è corretto sotto un profilo civile» . Poi alle vie oblique scelte dagli accusatori risponde con l’arma della trasparenza: « Le situazioni descritte sono tanto raccapriccianti che, se anche uno solo degli episodi fosse vero, io interverrei immediatamente. Ma voglio una denuncia regolare, prove concrete e non racconti allucinati quanto inverosimili».

Alla folla di giornalisti enuncia i lati oscuri della vicenda, mentre i suoi interlocutori si fanno sempre più attenti: «Giorgio Dalla Bernardina, presidente di una delle Associazioni di ex alunni sordi dell’Istituto, ci ha contattato solo tre volte per let­tera – rivela – ogni volta senza presentare una denuncia dei fatti né circostanziarla con i nomi. Io l’ho correttamente man­dato dall’interlocutore più competente, il vicario giudiziale Giampietro Mazzoni, la persona che conosce le procedure da seguire e che gliele ha indicate. Come tutta risposta, ha fatto quanto aveva minacciato: e alle vie istituzionali ha scelto la scorciatoia del settimanale L’Espresso».

Una situazione che il vescovo guarda con indignazione mista a pietà: « Sono tra l’incudine e il martello – commenta – Dalla Bernardina è un nostro diocesano... Ma se voleva fare la guerra doveva corazzarsi, non usare la baionetta » , come a dire che si è messo in un pasticcio più grande di lui. Tanto che il vescovo ancora gli tende una mano: «Lo invito a mettersi una mano sulla coscienza e a chiudere in modo dignitoso con una smentita, altrimenti saremo costretti a ricorrere alle vie legali perché è inaccettabile che costruisca un impianto inverosimile per suoi fini personali sulla pelle delle persone».

Basta riascoltare le « testimonianze » raccolte da Dalla Bernardina e messe su Internet ieri da un quotidiano per coglierne tutta la fragilità: non solo si parla di violenze continue e orrende contro bambini e bambine sordi, nell’Istituto, in chiesa, anche in gruppo, con pratiche perverse di ogni tipo e di una gravità inaudita per 30 anni da parte di 25 preti su un totale di 26, ma Dalla Bernardina scivola malamente quando addirittura tira in causa Giuseppe Carraro, vescovo di Vero­na dal 1958 al 1978, una delle figure più amate e la cui santità è indubbia, del quale tra l’altro è in corso la causa di beatificazione: « Una vicenda losca chiamare in causa un uomo si mile per sostenere che qui, in questa sala in cui siamo, si faceva accompagnare i ragazzini per abu sarne... Ma proprio questo racconto già da solo smonta tutto il teorema » .

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L’inferno non è al «Provolo»
Una lezione da ricordare

«Se la giustizia dei tribunali conosce i tempi della prescrizione, quella della coscienza non prevede scadenze». Con queste parole il vescovo di Verona, Giuseppe Zenti, ha sgombrato subito il campo da eventuali sospetti: nessuna tentazione di autoassoluzioni, la verità esige i suoi tempi e sarà perseguita fino in fondo. Questo nonostante le terribili accuse mosse nei giorni scorsi contro i religiosi della Compagnia di Maria per l’Educazione dei Sordomuti da un gruppo di ex allievi, riguardino fatti che - se fossero avvenuti - sarebbero comunque già caduti in prescrizione. Niente sconti, dunque, ha più volte ripetuto il vescovo, precisando che se anche uno solo degli episodi contestati risultasse vero, lui sarà immediatamente dalla parte della vittima.

Una premessa che il vescovo Zenti continua a fare anche adesso che l’intero impianto delle accuse sta franando sotto il suo stesso peso: è oggettivamente inverosimile quanto gli accusatori hanno raccontato. Non alle autorità preposte ma su un settimanale, «L’espresso». Non per avere giustizia, ma uno spazio in cronaca, che gli è stato subito offerto.

Nessuna formula dubitativa su quelle pagine, nessun punto di domanda, né tra le righe né tantomeno nei titoli, quelli che fanno più danni e restano impressi nella mente come epigrafi sul marmo: «Noi vittime dei preti pedofili», si legge a caratteri cubitali, e sotto, sempre in grande, «Decine di ragazzi sordi violentati e molestati in un istituto di Verona fino al 1984. E dopo decenni di tormenti, trovano la forza di denunciare gli orrori. Ma molti dei sacerdoti sono ancora lì». Seguono racconti talmente spaventosi che i conti non tornano più: nell’Istituto Provolo per oltre trent’anni ben venticinque su ventisei religiosi avrebbero giorno e notte sfogato i peggiori istinti su un centinaio di bambini a loro affidati... Il tutto senza che mai questo inferno trapelasse all’esterno, o che una sola delle vittime ne accennasse ai genitori, o ancora che l’unico religioso «innocente» (l’attuale superiore dell’Istituto, don Danilo Corradi) si accorgesse mai di tanto tramestio, per di più avvenuto ovunque, nelle camerate, nelle docce, persino nei confessionali e sotto l’altare.

Racconti che non vorremmo riportare (e infatti citiamo solo il citabile), ma che servono per alcune doverose considerazioni. Dopo un iniziale sconcerto, nessuno ormai crede più alla «verità» proposta senza le necessarie verifiche dall’Espresso. Non ci credono decine e decine di altri ex allievi, compagni di vita degli accusatori in quel collegio. Non ci crede neppure la stampa spesso prevenuta, che questa volta ha sentito puzza di bruciato e si è tenuta in disparte: chi ha orchestrato il tutto è personaggio noto per il numero di assurde denunce che sparge in giro, da tempo accampa diritti sui beni immobili dell’Istituto ed è già imputato per diffamazione contro l’Ente nazionale sordi in un processo penale che si terrà a breve... Insomma, il senso di orrore iniziale ha lasciato spazio al sollievo: l’inferno esiste ma non abitava al Provolo. Eppure un altro disagio occupa ora il cuore e lo spaventa: può la fantasia deforme dell’uomo partorire storie tanto orrende? a quali abissi può scendere la mente umana, la sua invenzione? fino a quali profondità sa scavare la calunnia? Noi che facciamo informazione dovremmo difenderci, noi per primi, da chi crede di trovare in noi la tribuna per le proprie guerre, e del nostro lavoro fa la sua arma.

Informare è la missione che ci compete, ma prima ancora informarci.

Non ne va solo della nostra professionalità, infatti, ma della vita altrui. Dieci anziani preti ancora vivi non potranno mai difendersi: la prescrizione toglie loro anche questo diritto e l’accusa, non a caso, è giunta allo scadere dei termini.

Lucia Bellaspiga, Avvenire, 24-25 gennaio 2009

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