Non spegnete la memoria!
Argomento: Socialismo

Eugenio Corti:
un testimone
e la congiura del silenzio

Intervista all’ottantottenne Eugenio Corti, lo scrittore che con Bedeschi e Rigoni Stern forma la «trinità» letteraria che ha trasformato quella tremenda tempesta di freddo e di acciaio che fu la Campagna di Russia, in materia per alcuni dei più toccanti libri della letteratura italiana del ’900.
Intanto domani, giovedì 10 dicembre, a Milano nella Sala conferenze di Palazzo Reale, in piazza Duomo, si terrà un convegno, patrocinato dal Comune, dal titolo «Eroismo, storia e letteratura. Eugenio Corti: un grande scrittore lombardo. Dalla Campagna di Russia ai giorni nostri».

 



«Fu il Pci a condannare all’oblio gli italiani di Russia»

Ti accoglie nel salone della grande casa di famiglia a Besana Brianza, nel preciso momento in cui il buio si inghiotte la pianura. Lo sguardo è sicuro, il passo malfermo. Ma è l’unico dettaglio che riveli il peso del tempo. La prontezza delle risposte lo fa sembrare più giovane: eppure porta sulle spalle il peso di 88 inverni, di cui uno trascorso sul fronte russo come sottotenente di artiglieria. È l’inverno del 1942, quello in cui il fronte italiano sul Don venne spezzato, come una lastra di ghiaccio troppo sottile, dall’onda di piena dell’avanzata russa, una massa di corazzati e soldati che piombò sull’Armir. Sì, perché lui è Eugenio Corti, lo scrittore che con Bedeschi e Rigoni Stern forma la «trinità» letteraria che ha trasformato quella tremenda tempesta di freddo e di acciaio in materia per alcuni dei più toccanti libri della letteratura italiana del ’900. Ma di questa «trinità» Corti è il vertice meno ricordato. Il suo magistrale Il Cavallo rosso, arrivato a 24 edizioni grazie al passaparola e a una coraggiosa scommessa della casa editrice Ares, è stato rifiutato, appena composto, da tutti i grandi editori italiani. Esattamente come altre opere gli sono costate l’ostracismo e la congiura del silenzio a parte dell’intellighenzia. Domani Milano gli dedica un convegno, a Palazzo Reale: «Eugenio Corti. Un grande scrittore lombardo. Dalla Campagna di Russia ai giorni nostri».


Eppure per lungo tempo la memoria di quella campagna, e soprattutto dei molti italiani che sono rimasti nei gulag, è stata rimossa. Perché?
«La vicenda degli italiani in Russia durante la seconda guerra mondiale è complessa. Innanzi tutto il ricordo è diverso tra coloro che fecero parte del contingente alpino e coloro che facevano parte dei reparti di truppa ordinaria. Gli alpini hanno compiuto delle gesta straordinarie e su queste hanno costruito un’epica, il culto di un sacrificio che è essenzialmente sublimazione dei valori più alti dell’essere umano. Gli altri reparti, invece, furono salvati dai tedeschi che però li trattarono in modo squallido, coprendoli di disprezzo. E di questa esperienza gli scampati hanno sempre preferito non parlare. Quanto alla questione dei gulag quella era scomoda politicamente. Il ricordo degli italiani morti di stenti non era buona propaganda per il partito comunista».
Cosa pensa degli archivi del Kgb che il presidente bielorusso Lukashenko ha consegnato a Berlusconi?
«Il gesto è molto importante. Non so cosa contengano. Se sono relativi solo al territorio bielorusso dubito che possano fornirci informazioni particolari sul destino delle migliaia di italiani che morirono nei gulag. Se invece riguardano anche altre zone della Russia ci offrono possibilità enormi».
Quale fu il ruolo del Pci nel decidere il destino dei nostri prigionieri in mano ai sovietici?
«Di questo sappiamo già molto dal ricordo dei superstiti. La gran parte degli italiani morirono durante le così dette marce del davai (avanti! in russo) e i trasferimenti nei carri bestiame gelati. Chi non morì lì, subì per mesi la fame nei campi e morì di stenti, almeno sino a che non arrivarono le razioni di soia mandate dagli americani. I comunisti italiani, Togliatti in testa, si presentarono ai campi solo nel tentativo di indottrinare i superstiti. Togliatti teneva interminabili conferenze, di cui i testimoni ricordavano soprattutto l’incredibile numero di bestemmie che pronunciava. I russi li avevamo invasi e per certi versi il loro comportamento, escluse alcune barbarie, lo posso capire. I comunisti italiani invece pensavano solo a come poter esportare la rivoluzione nel nostro Paese. Per loro i prigionieri erano una materia grezza, su cui lavorare, da poter manipolare. Tra i peggiori Paolo Robotti, parente acquisito di Togliatti, un aguzzino».
Alcuni suoi libri, soprattutto Il Cavallo rosso, sono stati a lungo respinti dagli editori e passati sotto il silenzio della critica anche perché parlano di queste cose?
«Nel nostro Paese non si voleva che tutta una serie di verità circolasse. Nella mia batteria di artiglieria c’era un ragazzo siciliano che aveva imparato benissimo il russo. Io e lui parlavamo ogni volta che era possibile con i civili delle zone occupate. Non era facile convincerli a raccontarci della loro vita sotto Stalin. Ma quando li convincevi venivano fuori storie mostruose, un numero incredibile di deportati, almeno uno per famiglia, ti mostravano le foto. Ricordo ancora adesso una ragazza che mi mostrava quella del fratello... O tutti quei bambini rimasti orfani perché gli avevano deportato i genitori, era impressionante. Ecco perché quando sono tornato ho studiato e scritto sempre su questo tema. Ecco perché la cultura dominante in Francia e in Italia mi ha o relegato nel silenzio o attaccato».
Lei ha continuato a scrivere e a lottare per le sue idee anche se questo sforzo le è stato riconosciuto solo tardivamente. Perché?
«I motivi sono molti ma c’è anche questo. Mi trovavo nella valle della morte di Arbusov in mezzo ai cadaveri. E ho fatto un voto. Se mi fossi salvato avrei dedicato il resto della vita a mettere in pratica un versetto del Padre nostro: Venga il tuo regno. Insomma il voto di adoperarmi in difesa della bellezza e della verità. E quindi la verità per come ho potuto vederla ho cercato di scriverla».

di Matteo Sacchi
Il Giornale mercoledì 09 dicembre 2009


Missione divina contro Stalin

Il Cavallo rosso di Eugenio Corti è giunto alla 25esima edizione. Per festeggiare l’evento la casa editrice Ares ha pubblicato un’edizione di lusso che ripropone in copertina la storica immagine, tratta da un’opera di Theodore Garicault, che apparve ai lettori nel maggio del 1983. E il 10 dicembre a Milano, a Palazzo Reale, ci sarà un convegno  dedicato al grande scrittore lombardo.
Abbiamo incontrato Corti nella sua grande casa di Besana in Brianza, che era un’antica fabbrica tessile dell’800. Dopo un lungo e affettuoso “assedio” ha accettato di aprire il suo archivio e ci ha consentito di curiosare nella grande scatola che contiene il manoscritto del suo capolavoro. Al suo interno sono ordinate meticolosamente migliaia e migliaia di pagine, scritte fittissimamente a matita (Corti continua a scrivere con la matita), che costituiscono la fucina di uno dei più importanti romanzi dell’Italia del dopoguerra. Nel curiosare tra le carte si nota una quantità di correzioni, cancellature e varianti che farebbero la felicità di qualsiasi filologo.
Lo stesso incipit del primo capitolo è mutato. Nel testo dato alle stampe si legge: «Fine di maggio 1940; avanzando lenti uno a fianco dell’altro Ferrante e suo figlio Stefano falciavano il prato. Alle loro spalle il cavallino sauro attendeva attaccato al carro...». Ecco invece la versione del primo manoscritto con il gerundio d’apertura: «Avanzando lenti ma a fianco dell’altro Stefano e suo padre Ferrante falciavano il prato. Era la fine del maggio 1940...».
La conversazione muove da una mia esclamazione di sorpresa nel vedere un oggetto insolito nella stanza da letto dello scrittore. Si tratta di un crocifisso argentato e mutilato su una croce spezzata di colore nero. Il corpo del Cristo è tagliato all’altezza del torace. Manca un braccio. Sotto una piccola targa che recita: «Montecarotto, agosto 1944».
Mi racconti questa storia.
«È un episodio che forse nei dettagli non ho mai raccontato. Se le cose quel giorno fossero andate diversamente non avrei mai scritto Il cavallo rosso. È stata la volta in cui sono stato più vicino alla morte. Si tratta di un episodio della guerra in Italia contro i tedeschi. Era l’agosto del 1944 ed ero con il Corpo di Liberazione a Montecarotto, nelle Marche. Con i miei soldati d’artiglieria della Pattuglia di Osservazione (il caporale Ugo Freddi, l’artigliere Albino Morandi, il mio attendente, e altri due o tre) avevamo sistemato un provvisorio osservatorio nella stanza di un ospedale abbandonato. Le persiane delle finestre erano tutte chiuse, ma io avevo tolto un listello di una persiana per scrutare quanto accadeva nei dintorni. Eravamo dietro una finestra lunga fino al pavimento con il goniometro e il resto della strumentazione. D’improvviso tra gli ulivi comparvero dei semoventi tedeschi che montavano cannoni da 105 mm. Erano distanti circa 1,5 km. Pensavo di essere un veterano della guerra e che il nostro rifugio fosse sicuro, ma evidentemente uno dei tedeschi ne sapeva più di me. Si accorse infatti della mancanza di un listello nella finestra: era un indizio che poteva rivelare un punto di osservazione. I semoventi iniziarono subito a sparare contro la nostra finestra. Il primo colpo esplose nell’aria a qualche metro da noi: la finestra si spalancò completamente mettendo allo scoperto la nostra presenza. Il fuoco si fece allora tambureggiante. Due granate a percussione forarono la parete dell’ospedale entrando nella stanza alla nostra sinistra, che era stato il dormitorio delle monache. Se qualche granata avesse infilato la nostra finestra, per noi non ci sarebbe stato scampo. Un’altra granata esplose nella parete dell’ospedale a circa due metri dai miei piedi. Nell’impatto, soltanto un frammento insignificante di muro salì a colpirmi il collo senza farmi danno. Quella scheggia aveva le dimensioni di un chicco di granturco. Uscimmo da quella Babilonia di fuoco indenni. Sono convinto che in quell’episodio ci sia stato nei miei confronti un intervento macroscopico del mio angelo custode e di quelli dei miei compagni. Evidentemente dovevo sopravvivere per scrivere... Se penso a come ci avrebbe ridotti l’esplosione di due granate da 105 mm che pesavano ciascuna 15 kg... Più tardi raccolsi in quel locale un crocifisso che giaceva sul pavimento. La croce e parte della figura di Cristo, come può vedere, sono state strappate dai colpi. Da quel giorno conservo quel crocifisso come un’icona sopra il letto della mia stanza».
Tra la campagna di Russia e quella per la liberazione dell’Italia non deve essere l’unica volta in cui ha dato del tu alla morte...
«Un altro evento miracoloso accadde durante la ritirata di Russia. In un subisso di colpi nei dintorni di Arbusov, nella cosiddetta “Valle della morte”, avvertii un piccolo urto tra la nuca e il collo, mi abbassai e continuai a correre. Chiaramente doveva trattarsi del colpo di uno di quei tiratori scelti che in modo di norma sempre infallibile miravano alla testa. Quasi certamente aveva notato il mio pastrano da ufficiale. Quando mi potei fermare, sfilai il passamontagna e mi accorsi che era stato trapassato da una pallottola: mi aveva sfiorato la testa senza ferirmi. Credo che mi abbiano salvato le preghiere che mia madre rivolgeva incessantemente alla Madonna perché potessi tornare. C’è poi un altro episodio inedito della guerra in Italia. Mi trovavo su una strada di montagna della Val del Senio con un amico, in prossimità del fronte di Bologna. Volevo andare a trovare mio fratello Achille che era schierato con le nostre truppe più in basso nella vallata. Ero sceso un attimo dalla moto per una breve sosta. Pensavamo fosse una zona sicura, ma d’improvviso un colpo di cannone anticarro tedesco passò tra noi due, andando a conficcarsi sul pendio della montagna immediatamente al nostro fianco. Tra me e il mio compagno c’era una distanza di circa un metro...».
Si sarebbe mai aspettato un successo del genere con Il cavallo rosso?
«Beh, ero già contento quanto l’editore mi scrisse che si sarebbe fatta una seconda edizione, ma certo, ero convinto che le edizioni sarebbero state molte, tenuto anche conto che avevo lavorato al romanzo per undici anni».
Quali sono le novità sulla diffusione dell’opera?
«La traduzione in serbo è stata appena presentata alla Fiera del libro di Belgrado, è stata appena conclusa la traduzione in olandese, che uscirà in febbraio; mentre è in corso quella in croato, che dovrebbe essere pronta per aprile; purtroppo è stata invece sospesa la traduzione in polacco a causa del fallimento della casa editrice. A breve avrò notizia delle trattative per la traduzione in portoghese».
Negli ultimi tempi si è tornato a parlare degli scrittori perseguitati dai regimi comunisti, da Salamov a Grossman. In fondo anche lei ha avuto non poche traversie in Italia a causa delle sue idee...
«Il primo libro che scrissi fu I più non ritornano, pubblicato da Garzanti nel 1947, quando era difficile stampare i libri per mancanza di carta. Si trattava del primo o secondo libro in Italia che trattasse della ritirata di Russia. Si affermò subito, anche grazie alla recensione molto favorevole di Mario Apollonio. Il libro ebbe molte edizioni. L’esplosione dei miei guai fu però nel 1962, quando presentai a Garzanti il mio Processo e morte di Stalin. In quegli anni infatti era in corso l’inquadramento di quasi tutti gli editori italiani secondo lo schema gramsciano. Questo accadde anche in Garzanti, che non solo rifiutò il mio nuovo libro, ma mi disse che se intendevo scrivere altre cose secondo quell’orientamento, avrebbero tolto dal catalogo anche il primo libro. E infatti accadde proprio questo; così dovetti proporlo a Mursia, un casa editrice non contaminata dal condizionamento gramsciano, e che si stava specializzando in pubblicazioni di guerra dopo il grande successo riscosso dalle Centomila gavette di ghiaccio di Bedeschi. In seguito alle mie pubblicazioni, venni sempre più emarginato dalla cultura dominante, i critici della carta stampata e della tv hanno accuratamente mantenuto il silenzio su di me, anche se nessuno mi ha attaccato apertamente, come invece mi è capitato in Francia. Hanno capito che la cosa più importante era non parlare affatto del mio lavoro».
Cosa pensa dei grandi scrittori perseguitati dal regime sovietico?
«Mi sento molto sodale con tutti coloro che furono perseguitati e in particolare con i molti fucilati dal regime. Solzenicyn approfittò delle prime aperture dei dirigenti comunisti nei confronti della libertà di espressione per avviare la pubblicazione di una serie di libri che hanno letteralmente (anche se gradualmente) sconvolto l’intero panorama culturale russo. È stato un grande scrittore che ha combattuto per la libertà della cultura nel XX secolo, ostacolato da molti non solo nella sua patria, ma nel mondo intero. Ancora oggi molte delle sue opere non sono state tradotte in italiano.
Grossman fu un autore grandemente apprezzato in Russia per le sue corrispondenze dal fronte, per le cronache della lotta al nazismo; quando poi Stalin iniziò la persecuzione contro il popolo ebraico Grossman, che vi apparteneva, ebbe una sorta di grande illuminazione, che lo portò a scrivere Vita e destino, la sua opera maggiore, che fu sequestrata dalla polizia comunista e tenuta nei cassetti fino alla morte dell’autore. Il manoscritto fu pubblicato per la prima volta in Francia da Vladimir Dimitrijevic, direttore della casa editrice l’Age d’Homme, che è il mio editore d’Oltralpe. Dimitrijevic mi ha riferito tutte le fasi burrascose dell’operazione».

di Alessandro Rivali
Libero 05/12/09


MILANO RIVIVE LA CAMPAGNA DI RUSSIA

Un grande convegno per Eugenio Corti
Giovedì 10 dicembre - Palazzo Reale – Milano
a partire dalle ore 10

Un doveroso omaggio reso ad un grande scrittore lombardo, ma anche una straordinaria giornata di storia militare. Queste le caratteristiche del convegno voluto dalla neonata associazione milanese «Testimoni della Storia» e sponsorizzato dalla presidenza del Consiglio Comunale di Milano e dalla Casa editrice milanese Ares, che pubblica le principali opere di Eugenio Corti.

IL PROGRAMMA
MATTINA (ore 10 – 12,30)

- Stefano Di Martino, vicepresidente del Consiglio Comunale di Milano e presidente del Convegno: introduzione e direzione lavori
- Luciano Garibaldi, direttore de I TESTIMONI DELLA STORIA e coordinatore del Convegno: introduzione sui «Testimoni della Storia» e breve descrizione del programma della giornata
- Eugenio Corti: proiezione del dvd con il suo saluto
- Michele Mardegan, consigliere comunale PDL: «Perché chiesi e ottenni l’Ambrogino d’Oro per Eugenio Corti»
- Paola Scaglione: «Perché decisi di scrivere un libro su Eugenio Corti»
- Francesco Righetti, presidente dell’ACIEC: «L’attività e gli scopi dell’Associazione Culturale Internazionale “Eugenio Corti”»
- Rossana Mondoni, insegnante di Lettere e vicedirettore de I TESTIMONI DELLA STORIA:«Il livello letterario dell’opera di Eugenio Corti»
- Nelson Cenci, delegato dell’Associazione Alpini di Milano: «Il sacrificio degli Alpini lombardi in Russia»

POMERIGGIO (ore 15 – 18)

- Sergio Pivetta, autore di Una guerra da signori: «Storia del CSIR e dell’ARMIR»
- Giancarlo Cioffi, presidente della sezione di Milano “Savoia Cavalleria” dell’A.N.A.C.: «La cavalleria nella Campagna di Russia nel ricordo di un testimone»
- Luciano Garibaldi: «La ritirata del Don»
- Ugo Finetti, scrittore e storico: «I prigionieri italiani in URSS uccisi nei Gulag con la complicità dei comunisti italiani. La “piccola” Katyn».
- Krzysztof Strzalka, Console generale di Polonia a Milano, scrittore e storico: «La tragedia di Katyn è più che mai attuale»
- Alberto Leoni, scrittore e storico: «Le Medaglie d’Oro italiane e in particolare lombarde sul fronte russo»
- Cesare Cavalleri, direttore dell’ARES: «Come fu che scoprii il grande talento letterario di Eugenio Corti. Breve storia dei suoi libri».

 

 

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