Documenti: Ferrara e Amicone: processo milanese a Buttiglione

Sabato 6 novembre Tempi ha convocato un’assemblea pubblica al Teatro Nuovo di Milano sul perchè non possiamo non dirci cristiani. Hanno avuto la parola Giuliano Ferrara, direttore de Il Foglio, e Rocco Buttiglione, mancato commissario Ue.

Spiegherà Amicone nel suo intervento: "qui non stiamo tentando di impalcare una difesa della Christian coalition o di una minoranza, stiamo semplicemente ricordando l’esigenza di ragione – e quindi di libertà, di realtà – davanti a un conformismo che è arrivato addirittura ad avere paura delle parole, ha paura di pronunciare delle parole perché non ha ragioni, perché ha perso il rapporto con la realtà."

Di seguito il testo integrale degli interventi.



Luigi Amicone – Do subito lettura del capo d’accusa, visto che si tratta di un processo alla “strega”. Mi pare che l’atto d’accusa sia stato formulato nel modo più chiaro da un illustre giornale dei liberi pensatori europei il Guardian, in cui è stato espresso questo libero pensiero: «Non bisogna chiedere al professor Buttiglione di “prostituire la sua coscienza”, come ha detto lui, ma neanche permettergli di assumere questo incarico, dal momento che le sue opinioni sono contrarie a quelle di milioni di cittadini europei». In forza di questa logica successe che durante gli anni Trenta dello scorso secolo milioni di cittadini europei la pensassero come il Terzo Reich. è paradossale dover registrare che la reazione più giusta a tutto questo caso sta nella risata del quotidiano del regime iraniano, l’Iran Daily, che ha fatto questa osservazione: «Quello che veramente stupisce in tutta la vicenda, è che il Parlamento europeo faccia continuamente prediche a tutto il mondo perché rispetti la libertà di parola e di pensiero, eppure così tanti parlamentari vogliano il sangue di un commissario perché ha un’opinione diversa dalla loro».

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Giuliano Ferrara – Grazie a te Gigi, grazie a tutti voi. Ognuno ragiona con la sua testa e ognuno spiegherà a se stesso perché è qui, però secondo me siamo qui perché vogliamo rispondere con un atto di autodifesa civile, pacata ma seria, determinata, ferma a una guerra culturale. La parola “guerra” è una brutta parola ma non sempre le cose possono scivolare via tranquille, a volte bisogna mostrare virtù e forza, naturalmente prima di tutto forza morale.
La guerra culturale dichiarata da una maggioranza che legittimamente ha espresso un voto contro il professor Rocco Buttiglione è cominciata quando il medesimo – un signore con il suo sigaro che pende dalle labbra, con il suo cane, con le sue abitudini, con la sua concezione di quello che è la società, di quello che è la famiglia, magari anche, se è consentito dirlo, con la sua fede cristiana, di confessione cattolica, apostolica, romana – è stato designato commissario europeo dal governo italiano. è stato pregato di lasciare il suo posto di ministro per le politiche europee e di fare un viaggio a Strasburgo, per poi insediarsi a Bruxelles nell’esecutivo dell’Unione Europea presieduta da Barroso. è andato a Strasburgo, il professor Buttiglione, e ha dovuto sottoporsi – abitudine civile, non sbagliata, non metodologicamente errata – ad un’audizione e nel corso di questa audizione, Buttiglione ha detto che cosa pensava. Ci sono i verbali stenografici, come si dice, carta canta.
Ha detto: prima di ogni altra cosa mi occuperò di giustizia, mi occuperò di libertà e diritti civili, lo farò nella consapevolezza di dover assolvere a un dovere istituzionale, nel quadro di questa Unione europea, della sua Carta dei diritti dei cittadini e lo farò per promuovere sul piano istituzionale e politico valori che ci sono comuni e che abbiamo fissato sulla carta e qualche volta – qualche volta – anche nella pratica, nella vita, nel funzionamento delle nostre istituzioni. Sono contro ogni forma di discriminazione, sia essa su base, sessuale, religiosa o politica e penso che potrò realizzare la funzione pubblica cui sono stato chiamato dal mio governo in piena serenità. Il professore ha il difetto di sapere cinque o sei lingue, di avere letto tanti libri, di conoscere la filosofia sebbene di lui sia stata sempre disegnata – sapete, è ciellino – una caricatura un po’ scimmiesca; però lui quelle cinque lingue le sa, quei libri li ha letti e quindi ha aggiunto che un filosofo di Koenigsberg, un filosofo così razionale, così puntuale come Immanuel Kant che faceva tutti i giorni una passeggiata e i cittadini regolavano l’orologio su di lui perché sapevano che il professore usciva di casa sempre alla stessa ora, ha stabilito una distinzione liberale classica: quella tra la morale e il diritto, la morale è privata, poi è anche verifica intersoggettiva, ma non è diritto.
La morale risponde alla domanda: come devo comportarmi? Che cosa devo fare? La legge morale è in me e nel mio rapporto con gli altri. Questo può dare luogo naturalmente ad equivoci, a difficoltà: l’uomo non è perfetto, l’uomo, non so se posso usare questa parola, è “peccatore”. Quindi la morale è in me e può anche generare degli equivoci, ma comunque la legislazione che gli uomini si danno è un’altra cosa. Quest’ultima ha naturalmente dei sottili rapporti con la morale, ma si colloca su un piano diverso.
Il professore, che tra l’altro non poteva fumare il suo sigaro perché lì è vietato fumare, ha detto queste cose ma gli ideologi delle magnifiche sorti e progressive del mondo moderno sono furbissimi e politicamente corretti e gli hanno chiesto: «Lei cosa pensa del matrimonio?». Il professore ha risposto: «Secondo me il matrimonio è una società umana». Non so se ha anche aggiunto che per alcuni è perfino un sacramento, spero per lui di no. Spero si sia trattenuto. Il matrimonio è una società umana in cui esistono ruoli diversi dell’uomo e della donna, ha detto. Sembrerebbero delle cose normali. C’è un altro uomo politico che ha detto: «Mah, penso che tutto sommato il matrimonio sia l’unione fra un uomo e una donna», il che sembrebbe banale, ma non lo è, e grazie a questa frase ha preso sessanta milioni di voti americani e ha seppellito il suo avversario.

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Rocco Buttiglione ha detto questo. Poi gli hanno chiesto della tutela dei diritti delle minoranze omosessuali, il che è certamente un problema. Gli omosessuali sono stati trattati male dalla nostra cultura: è vivo nella nostra memoria il ricordo dei maltrattamenti inflitti loro e di quelli ancora presenti sotto forma di discriminazioni e della insopportabile boria con la quale viene guardato il loro percorso, la loro scelta morale, il loro stile di vita, il loro modo di essere. Quindi gli hanno posto un problema serio, che però sul piano del diritto era già stato risolto dal professor Buttiglione, il quale aveva detto appunto che la tutela dei diritti delle minoranze era uno dei compiti fondamentali del suo agire da commissario europeo. Gli hanno chiesto: «E dell’omosessualità cosa pensa?». E lui ha pronunciato una parola impronunciabile. Non la si può dire, è uscita dal vocabolario, fa scandalo, incendia la coscienza pubblica europea, può portare alla crisi della commissione Barroso. Questa parola ha impegnato la fatica e i tormenti del Consiglio europeo, cioè della riunione di venticinque capi di Stato e di governo di questo antico e civile continente. Che non ha radici, non ha radici nella sua Carta costituzionale: ce le ha nella realtà, ma sulla carta no. La parola impronunciabile la conoscete tutti, tanto che io non la pronuncerò: mi autocensuro.

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Di lì è nata una guerra culturale perduta. Hanno fatto di tutto per dimostrare che non era così. Noi leggiamo giornali che riflettono quella cultura: quasi tutti. Guardiamo telegiornali che riflettono quella cultura: quasi tutti. Noi non abbiamo, poveri noi, la Fox Tv americana, cioè una televisione che guarda anche all’altra parte della luna, all’altra faccia della società. Il politicamente e l’ideologicamente corretto coprono tutto o quasi lo spettro dell’informazione. E quindi ci hanno provato… furbi. Alcuni di loro si sono vergognati. Per esempio Marco Pannella, che è uno dei più intelligenti e più furbi e vive gloriosamente da sessant’anni le sue battaglie politiche. Si sono un po’ vergognati, laicamente vergognati. E allora hanno cominciato a mascherare la cosa, a dire che era un problema politico, che Buttiglione a Strasburgo lo hanno defenestrato – la “defenestrazione di Strasburgo” – per ragioni politiche: forse la causa era l’ombra di Berlusconi, il presidente del Consiglio che insieme al suo governo lo ha designato, e del suo conflitto di interessi. Curioso: accetteranno e voteranno Franco Frattini che ha scritto la legge sul conflitto di interessi, peraltro non approvata, accetteranno e voteranno il commissario olandese, che ha un numero di conflitti di interessi che gli arrivano fino alla cima dei capelli, e questo non ce lo raccontano.
Scusate, io dico delle cose anche politicamente imbarazzanti, ma il bello di andarsi a cercare la politica tra la gente, dove la politica effettivamente sta, in mezzo alle idee, non alle convenzioni e ai protocolli politicamente corretti, è questo: che si può parlare liberamente. Loro quindi hanno detto: no, è un problema politico, non è che c’entrano la strega cattolica, il rogo, quelle sono esagerazioni, forzature degne di un Amicone, di un Ferrara, di questi strani integralisti, di questi “atei devoti”.

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Hanno truccato la faccenda, ma noi non la beviamo. Perché dovremmo berla? Siamo civili, siamo europei, abbiamo radici e quindi sappiamo interpretare la storia e la realtà, sappiamo capire perché questo è successo. Hanno detto: state esagerando: voi parlate di persecuzione anti-cristiana ma è solo un problema politico. Come se avessimo detto che avevano riaperto il Colosseo: ma noi non abbiamo detto che hanno riaperto il Colosseo. Non credere, caro Daniel Cohn-Bendit, con la tua bellissima vita, con la tua famiglia allargata, che noi non conosciamo l’ironia: saremo bacchettoni, bigotti, “atei devoti”, ma stupidi no.
Noi non abbiamo parlato di persecuzione anticristiana, abbiamo parlato in modo puntuale di quello che era successo: un piccolo rogo, ma molto significativo e dalle conseguenze importanti per il nostro continente, per la nostra cultura e per il nostro paese, anche con conseguenze politiche. Io penso che dopo questo episodio Rocco Buttiglione, anche in virtù di questo episodio, sarà rafforzato, non indebolito nelle sue battaglie. Però il tentativo è stato quello di bruciarlo, di fare un rogo ed è il rogo al quale abbiamo intitolato questo dibattito sulla strega cattolica.

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Perché dico che si è trattato di una battaglia perduta? Io qui dirò delle cose che Rocco Buttiglione non può e – credo – non vuole sottoscrivere, ma che vanno dette.
Le cose sono andate male perché le guerre che si subiscono, le guerre nelle quali non ci si difende, in genere si perdono: questa guerra è stata perduta perché non è stata combattuta. Immaginiamo come sarebbe andata se fosse stata combattuta: c’è il voto della commissione parlamentare contro Buttiglione, contro Kant, contro un criterio di razionalità pluralista e di libertà nella scelta di un commissario liberamente designato da un governo eletto dal popolo. Il voto è solo consultivo, ma naturalmente mette in imbarazzo il presidente della Commissione che deve ricevere la fiducia dell’intero Parlamento. Si cominciano a muovere i partiti, si comincia a muovere la politica, si determina una maggioranza contraria a Barroso a meno che non contribuisca anche lui alla “defenestrazione di Strasburgo”. Però c’è un conto che non torna.
Se io fossi stato Berlusconi, presidente del Consiglio, l’uomo che operativamente e sul piano del diritto ha designato Buttiglione a Strasburgo, avrei mandato una lettera al presidente Barroso. Gli avrei detto: «Presidente, capisco che per ragioni di opportunità politica lei richiede di sostituire Rocco Buttiglione come commissario in Europa. Vede, se fosse un problema personale, caro Barroso, non ci sarebbe alcuna questione, lo farei volentieri per aiutarla a comporre una maggioranza del Parlamento europeo, però non è un caso personale, è un caso culturale nel senso più profondo del termine: riguarda le radici dell’agire politico, lo statuto di ciò che noi siamo. Quindi, presidente Barroso, io Buttiglione non lo sostituisco. E se lei mi dovesse obiettare, caro presidente Barroso, che così metto in pericolo la sua Commissione, io le rispondo che non posso farci niente. Che la politica è anche fatta di compromessi naturalmente, ma non su questioni di questo genere. L’uso libero della parola, l’espressione libera dello spirito in cui si riconosce una personalità, una volta distinto dalla sua funzione pubblica, non è negoziabile. Non tutto è sempre negoziabile. E le rispondo anche un’altra cosa – avrebbe dovuto dire Berlusconi, con il suo bellissimo sorriso, con molta pacatezza – le rispondo che so che le conseguenze possono essere negative, che forse la Commissione verrà sfiduciata dal parlamento. Certo, verrete sfiduciati dall’alleanza dei socialisti, dei “liberali” tra virgolette, e le conseguenze saranno negative, l’Europa sarà messa a rumore, i governi dovranno riunirsi di nuovo, designare un nuovo presidente della Commissione. Ecco, presidente Barroso, le dò una garanzia. La sottoscrivo come Silvio Berlusconi, la stessa firma che è stata posta al Trattato costituzionale europeo: chiunque sia il prossimo commissario presidente designato della Commissione europea riceverà da me in copia la stessa lettera, perché o viene nominato Buttiglione commissario o l’Italia non nomina nessun commissario. E non per Buttiglione e nemmeno per un principio astratto, ma per una ragione semplice: perché io, Silvio Berlusconi, io, capo del governo eletto dai cittadini italiani, esprimo quei valori che sono valori di distinzione tra la morale e il diritto, di vero liberalismo e di diritto di un cattolico e di un cristiano di dire chi è perfino al Parlamento di Strasburgo senza essere defenestrato».
Voi sapete che al Cavaliere voglio bene, gli ho dedicato dieci anni della mia vita pubblica, lui mi ha dato una mano per il mio giornale, il Foglio (anche se come sempre l’affare l’ha fatto lui) ma abbiate pazienza: ci sono amori, solidarietà che si devono esprimere con l’affetto, con la consolazione, e poi c’è quello che gli americani chiamano “tough love”, un amore un po’ più duro, un amore che ti sollecita ad essere in certi momenti, forse – è un punto di vista naturalmente soggettivo – meglio di come sei, o di come le circostanze ti inducono ad essere. A Berlusconi gli si può volere bene perché ha fatto delle cose importanti per il paese, perché certo non fa parte di quella cultura: è politicamente scorrettissimo, passa di gaffe in gaffe, e le sue gaffe sono spesso un dire la verità scorretta che non si dovrebbe dire, per questo gli vogliamo bene.
Ma dalla vita non si può avere tutto, ogni tanto ci vuole un amore un po’ più duro.

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Ieri pomeriggio ho registrato una trasmissione che andrà in onda credo sabato prossimo a “L’infedele” di Gad Lerner. Adesso la parola che non ho detto prima la dico, quella parola è “peccato”. E durante la trasmissione abbiamo avuto da dire per una ragione fondamentalmente: io ho pronunciato anche lì questa parola – non faccio più alcun discorso senza pronunciare, anche a caso, la parola peccato – e Gad Lerner mi ha detto: «Io non dico che è peccato, dico che è riprovevole». Gli ho chiesto: «Mi spiegate la differenza, tra peccato e riprovevole?». «Peccato è sfidare la legge di Dio, mentre dire che un comportamento è riprovevole significa stare all’interno di una moralità intesa laicamente». Ho capito, ma non ci sarà un rapporto fra le due cose? D’accordo che l’Europa non ha radici, che non possiamo non dirci anti cristiani o a-cristiani, però ci sarà un rapporto nella storia – che è fatta anche di religione, la dottrina, i concilii, i cardinali, la cultura cattolica di tutti i tipi – tra le due cose, o no? I cristiani pensano a un Dio personale, a comandamenti tramandati e rivelati, ma non è che non sappiano cos’è l’uso della ragione. Non è che non sappiano cos’è la struttura della morale. Non è che non sappiano, siccome credono in Dio, che esiste una scala di valori, una differenza tra il bene e il male. “Peccato” è un modo molto più bello di dirlo. Certo gravato da tanti elementi storici che nel dibattito pubblico devono essere depurati, perché appunto non stiamo facendo una predica né Buttiglione stava facendo una predica alla Commissione europea, ma “peccato” è una parola molto più bella, più significativa, molto più interessante della parola “riprovevole”. Però sostanzialmente significa una cosa: che c’è una scelta da fare ed è una scelta da fare sulla scala del bene e del male. è una scelta che facciamo tutti i giorni anche noi secolarizzati, anche noi atei non devoti, anche noi non cristiani. è una scelta necessaria, una scelta obbligata, che riguarda la ragione, la natura dell’uomo, il fatto che l’uomo non è il signore del mondo e non stabilisce da solo, superomisticamente, con il volo autonomo e libero della sua mente, che cosa è bene e che cosa è il male. L’uomo è in parte questo, ma in parte è creatura. Anzi, diciamola tutta: è creatura.
Io ringrazio molto Amicone e la rivista Tempi e Buttiglione che si sono resi disponibili per questa assemblea significativa e importante. Non ci si può solo parlare attraverso i giornali, le trasmissioni televisive, le ricadute dell’attività politica istituzionale nell’informazione. Non si può perché l’informazione è anche quello un terreno di guerra culturale, di battaglia. Vi faccio un paio di esempi.
Il primo è quello di Loris Angelo Brunetta. Molti non sanno chi è, e non a caso. Voi sapete che c’è una battaglia in corso, c’è perfino un referendum intorno alla legge 40. La legge 40 riguarda la fecondazione medicalmente assistita. Una legge perfettibile come tutte le leggi. è diventata legge dello Stato dopo venticinque anni di discussione, è stata votata da una libera maggioranza trasversale: non il centrodestra contro il centrosinistra, ma il centrodestra quasi tutto compatto, con molte eccezioni, molti laici del centrodestra che hanno deciso di non votarla o di votare contro, una parte del centrosinistra di impronta cattolica, e anche dei laici che hanno votato a favore. Questa legge tenta disperatamente, quando i buoi sono già scappati e la stalla è stata chiusa, di introdurre qualche norma regolativa nel grande caos della biotecnica.
Lo ha detto, non so se posso nominarlo, il cardinale Joseph Ratzinger. Ha detto, il cardinale Ratzinger, che è aumentato molto il potere dell’uomo, il quale può fabbricare la vita in laboratorio, e che non è aumentato corrispondentemente il potere morale dell’uomo, cioè la sua capacità di padroneggiare il suo potere tecnico. Mi sembra elementare, è una cosa ovvia, non bisogna essere atei devoti per capire che questo è il problema dell’umanità oggi, oggi che si può clonare, che si può fecondare in vitro: questo ha detto il cardinale Ratzinger. Si tratta di discussioni, guerre culturali, problemi combattuti all’interno della elaborazione dottrinale della Chiesa cattolica e di problemi dei laici: ne hanno parlato Habermas e tanti altri grandi intellettuali europei. Il mondo su questo si divide, discute perché, vivaddio, è un mondo libero, è un mondo vitale, ma l’informazione è pigra, molto pigra. Se gli scappa un’informazione imbarazzante la nasconde subito sotto il tappeto grande, illustre, autorevole del Corriere della Sera, sotto il tappeto della Stampa, e per quanto riguarda la Repubblica la mette giù in cantina.
è arrivato in televisione un signore che nessuno di noi conosceva, Loris Angelo Brunetta, vive a Genova ed è talassemico. Uno dei problemi della legge 40 riguarda la diagnosi pre-impianto sull’embrione. C’è il desiderio umano di avere figli quando non li si può avere, c’è la possibilità, il potere tecnico – con la fatica della donna, con la sua sofferenza, con le stimolazioni ormonali – di ottenere il principio della vita e dell’identità vitale e forse anche personale, cioè alcuni embrioni. La legge stabilisce che non si può popolare di embrioni i laboratori biotecnici, e fissa un limite, corrispondente a questo desiderio. Questa legge non è stata dettata dalla Chiesa, perché la Chiesa è contro la fecondazione artificiale in linea di principio, è stata dettata da un compromesso: non si possono impiantare più di tre embrioni. Nessuno obbligherà la donna chiamando la stazione locale dei carabinieri a un impianto forzato, ma insomma se desideri, se ti ostini, è perché poi questo principio di vita dalla potenza passi all’atto, diventi un bambino, poi un adulto, e sia consegnato alla bellezza e poi anche alla disperazione della vita.
Poi c’è un altro problema. La legge dice: stiamo attenti alla diagnosi pre-impianto, perché la tecnica ci dà il potere di avere quello che si dice “un figlio sano”. In realtà non è vero questo: se davvero ci desse questo potere, dovremmo ragionare moralmente sul suo significato. In realtà non è così: gli scienziati seri non alimentano speranze inaudite, non vendono l’immortalità come ogni tanto fanno i miei amici radicali quando propagandano il loro referendum. Comunque c’è questo problema della eliminazione dell’embrione sgradito, malato. Il signor Loris Angelo Brunetta, talassemico, è andato in televisione, poi è stato intervistato dal Foglio e ha detto: «Scusate, io ci sono. E sono contento di esserci». è una dichiarazione esplosiva, per questo l’hanno cancellata dalle prime pagine di tutti i giornali, è scomoda, interroga la testa e il cuore della gente, e l’hanno cancellata da tutte le televisioni. Invece il signor Brunetta c’è, e questo ci pone un problema. Quando pensiamo di poter scartare interi popoli sconosciuti, intere piantagioni di vita – io credo anche di vita personale – la nostra battaglia sarà lunga, complicata. Noi siamo i cattivi, siamo i servi del capitale, siamo quelli del conflitto d’interessi che allagano l’informazione, siamo i bigotti, in America e in Italia, i fondamentalisti, gli integralisti, quelli che pretendono di insegnare agli altri cosa si deve fare, siamo degli orrendi predicatori atei devoti, che strumentalizzano la religione per chissà quali scopi, chissà quali fini. Siamo tutto questo, però i capitali che fanno i giornali e le televisioni stanno da un’altra parte. è strano, no?

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Il secondo esempio un po’ più sofisticato e complicato, riguarda un film di un regista molto intelligente, dalla sensibilità acutissima, straordinario creatore. Parlo di Pedro Almodóvar, autore de “La mala educación”, un film sull’educazione cattolica in Spagna. Un film sulla disperazione e il vuoto esistenziale, personale, l’angoscia di una rappresentazione maligna e nichilista dell’uomo contemporaneo che cerca dentro alla sua esistenza una grande libertà morale e affettiva, nella prospettiva della soddisfazione del suo desiderio. Bene, hanno detto che è un film d’amore. Massì, una storia d’amore come Romeo e Giulietta, così hanno detto: basta un articolo di Natalia Aspesi e tutti ci devono credere. Ma che bella storia d’amore… Bugia! Manipolazione, insopportabile ipocrisia! Fare così vuol dire non voler discutere delle cose che contano, non volere andare al sodo delle vicende che ci interessano, ci implicano, ci coinvolgono. E noi questa manipolazione dobbiamo cercare di rifiutarla: io ci provo con un giornale e con una piccola trasmissione televisiva. Tanta altra gente seria ci prova, esprimendo le proprie idee, facendole rimbalzare sugli stessi giornali che accettano magari l’idea dell’editoriale di Ernesto Galli Della Loggia sul dolore, ma il signor Brunetta non lo accettano, perché è scomodo.
Sarà lunga, sarà dura, sarà difficile, ma si può fare: lo dimostra anche questa sala, questa passione e, come dire, la grande e tranquilla, serena simpatia verso l’umanità che è in noi che può esprimere non un movimento, non un partito ma qualcosa di diverso: un arcipelago di forze diverse che sono unite da due passioni. La prima passione è riassumibile secondo me in questo precetto: siccome la politica dei partiti, che pure è importante e va rispettata, dà sempre di meno, non andiamo a cercarla dove non c’è: costruiamola, riempiamola noi la nostra passione per le questioni che riguardano la nostra vita, il nostro modo di vivere, il nostro modo di essere, il nostro modo di pensare. Quindi mobilitiamoci. Uniamoci. Dividiamoci. Interloquiamo con gli altri senza subire più l’interdetto antropologico per cui o sei come loro, o porti le loro giacche, le loro cravatte, le loro magliette, o hai il piercing mentale del loro modo di vivere oppure devi subire il loro discorso pubblico senza averne uno tuo e quando pronunci parole impronunciabili vieni anche defenestrato. No, basta!
La seconda passione è quella che riguarda le radici dell’Europa: la libertà, che nasce dal rispetto della persona, che nasce dal concetto di persona, e che ha qualche rapporto storico – le elezioni americane lo dimostrano – anche con un rispettoso tentativo di comprensione del divino da parte di chi non ha fede. è assurdo che non ci si senta pienamente liberi di esprimersi. è assurdo che venga negata la patente di cittadino a pieno titolo a coloro che la pensano in modo diverso. C’è un politico europeo da non sottovalutare – la Spagna è e sarà sempre di più un terreno di guerra culturale anche al di fuori dei suoi confini, anche nell’Europa, anche qui – che sta tentando un esperimento di radicalismo anticattolico feroce e che si chiama José Luis Rodriguez Zapatero. Colui che ha ritirato le truppe dall’Irak quando sono stati uccisi duecento suoi concittadini a Madrid. Zapatero in un’intervista a Time Magazine ha detto: «Io non sono un leader, io mi considero un democratico, e per me la democrazia è questo: se la maggioranza dei cittadini la pensa in un altro modo quella è la verità, they’re right, hanno ragione. Questo è il mio socialismo ciudadano».
Non va bene. Io non penso che la verità stia dalla parte di Bush perché ha avuto la maggioranza dei consensi, perché ha vinto in modo totale. D’altra parte, io non so se le persone che la pensano come la pensiamo noi – laiche, cattoliche, credenti, non credenti – siano in questo paese, l’Italia, che è così lontano e diverso dall’America, la maggioranza o la minoranza. Il mio sospetto, un sospetto che non mi porta a conclusioni trionfalistiche, è che siano la maggioranza. La mia certezza è che dovunque siano minoranza devono essere tutelate e difese, facendo circolare le idee, producendo il massimo dell’intelligenza che possiamo produrre, mobilitandoci e passando, se è necessario, anche all’azione. Grazie!

Luigi Amicone – Vorrei far notare en passant che quello che stiamo facendo oggi è tutto il contario di un martirologio per il povero Rocco Buttiglione, tutto il contrario della cultura del piagnisteo. Qui non stiamo tentando di impalcare una difesa della Christian coalition o di una minoranza, stiamo semplicemente ricordando l’esigenza di ragione – e quindi di libertà, di realtà – davanti a un conformismo che è arrivato addirittura ad avere paura delle parole, ha paura di pronunciare delle parole perché non ha ragioni, perché ha perso il rapporto con la realtà. E dunque, do la parola alla “strega”.

Rocco Buttiglione – Grazie. Poichè in questi tempi ogni parola pesa e può essere usata contro di noi – contro di voi ancora non so, contro di me sicuramente – voglio precisare: non la strega, ma lo stregone. Io credo che il mio compito sia prima di tutto raccontare quello che è successo, perché sono convinto che non tutti lo sappiano. Per esempio, tutta la stampa europea dice che Buttiglione è stato emarginato, posso usare la parola “discriminato”, per le sue affermazioni allorché ha detto che l’omosessualità è un peccato. Ma non è andata proprio così. Io ricordo perfettamente le parole che ho detto e che risultano anche nel resoconto, e comincio col dire che non ho introdotto io nella discussione la parola “peccato”. Qualcuno di quelli a cui piace sempre fare i giudici, tenendosi in mezzo, ha detto: «Ma anche Buttiglione deve avere delle colpe, qual è la colpa di Buttiglione? Avere introdotto un termine come “peccato” dentro un dibattito politico». Non l’ho introdotto io. Mi è stato domandato sei volte: «Ritiene lei che l’omosessualità sia un peccato?». E io non ho risposto sì; io ho risposto: «I may think». Si può tradurre: «Può darsi che lo pensi». Lo posso pensare, ho il diritto di pensare che l’omosessualità sia un peccato, ma questo non ha nessun impatto qui in questa sede politica, perché il mio principio è il principio di non discriminazione. Non è bastato, e allora dobbiamo concludere che non è lecito in questa Europa pensare che l’omosessualità sia un peccato. Esiste una nuova Inquisizione, esiste un reato di opinione in forza del quale coloro i quali sostengono quanto sta scritto nel catechismo delle Chiesa cattolica non possono essere buoni cittadini europei, e insieme con loro anche tanti altri cristiani di altre confessioni, insieme con loro anche tanti musulmani, anche tanti ebrei. Esiste una dottrina, una religione civile dell’Unione Europea la quale viola il diritto alla libertà di coscienza. Ho detto esiste: ho sbagliato, in realtà alcuni pensano che debba esistere, alcuni conducono battaglie per farla esistere, alcuni hanno vinto in questa occasione una battaglia. Ma una battaglia non è una guerra. Esiste oggi un’Europa anticristiana? Io non direi di sì. Ma esistono alcuni che vogliono fare dell’Europa una realtà anticristiana. Esistono quelli che vogliono fare dell’Europa una realtà non solo anticristiana, ma anti-umana, perché il diritto di pensare è un diritto di tutti. Cosa tiene insieme me, Giuliano Ferrara e gli altri qui, il fatto che siamo cristiani? Alcuni di noi sicuramente sì, altri forse no. Io credo che quello che ci tiene insieme è la voglia di pensare e la voglia di essere liberi. Noi abbiamo bisogno di creare un grande movimento di uomini che hanno voglia di pensare e voglia di essere liberi, che hanno il diritto di dire quello che pensano. Il diritto di testimoniare. Io ricordo in quei momenti di avere avuto un caso di coscienza, certo. Vogliamo un’Europa di politici senza coscienza, perché chi ha una coscienza può avere conflitti di coscienza? Chi accetta questo automaticamente dice che una coscienza è meglio non averla. Ma senza coscienza, senza valori morali, una comunità politica non può esistere. Io mi sono domandato: dovevo ritirare la parole dette? Avrei dovuto non dirle? Avrei dovuto far finta di aver detto le parole che mi hanno attribuito per poi doverle ritirare? C’è un limite a tutto. Io mi sono ricordato una frase che sta scritta nel Vangelo: «Di quelli che si vergogneranno di me, anche io mi vergognerò». Luigi Giussani me l’ha letta tanti anni fa, e a quell’insegnamento io ho cercato per tutta la vita di essere fedele. L’ironia in tutto questo – forse Giuliano Ferrara non lo sa, ma molti di voi lo sanno – è che più di 20 anni fa io sono stato, come molti di voi in questa sala, un grande amico di Giovanni Testori. Vi ricordate Giovanni Testori, forse il più grande autore di teatro della seconda metà del secolo ventesimo in Italia e grande esperto di arte? È lui che ha valorizzato la grande pittura lombarda, aveva una grandissima passione per la terra lombarda, per i colori della terra lombarda e per la pittura lombarda. Un omosessuale e un cristiano. Che non aveva paura di usare la parola “peccato” e di riconoscere che l’omosessualità è, se non un peccato, una condizione disordinata dal punto di vista morale che può diventare peccato quando si aggiungano le circostanze soggettive. E però mi diceva: «Ma non pensare di essere migliore di me, perché tutti gli uomini sono peccatori e tu anche, forse un peccatore peggiore di quello che sono io». E io gli dicevo: «Certo, Gianni, perché solo Dio giudica della coscienza e del cuore degli uomini». Anche questa è una cosa che mi ha insegnato don Giussani: non avere paura di giudicare le situazioni. Non giudicare mai le persone, perché ogni uomo fa il suo cammino verso Dio che a volte passa anche attraverso la palude dell’errore, passa attraverso cose che tu non puoi capire, ma non avere mai paura di giudicare le situazioni. Per questo noi siamo contro la discriminazione degli omosessuali. Se tutti quelli che commettono peccato dovessero andare in galera, non ci sarebbe spazio sulla terra per costruire un numero sufficiente di prigioni. E ci ricordiamo quello che ha detto Gesù: «Non giudicate». A volte dobbiamo giudicare, ma quando non avete il compito di giudicare non giudicate e se dovete giudicare, giudicate con misericordia. Questo è il tema della non discriminazione: noi non vogliamo discriminare nessuno. Vorremmo avere il diritto di dare giudizi morali, e vorremmo avere il diritto di non essere discriminati. Questo per spiegare come sono andate realmente le cose.
Mi ha colpito l’esistenza di una lobby dell’informazione per la quale non importa quello che tu dici. Se hanno deciso che devi dire una cosa, te la mettono in bocca lo stesso. Io direi che la stampa italiana è stata probabilmente quella che ha dato il tono a tutta la vicenda, e non riesco a immaginare che si possa trattare di semplice stupidità. Sono indotto a immaginare che ci sia stato dolo e disonestà. Un esempio. Qualche giorno dopo la vicenda, io mi trovo a Saint Vincent, parlo a un convegno di amici di Donat Cattan, parlo di politica estera: Europa e Stati Uniti devono rimettersi assieme? C’è un libro di Robert Kagan, il quale ha scritto che gli europei sono figli di Venere e gli americani sono figli di Marte. Gli europei non vogliono la guerra, hanno paura della esibizione muscolare e della forza militare. Amano il soft power, il potere dolce della cultura. Gli americani amano invece l’esibizione muscolare, il potere militare, minacciano di usarlo, amano l’hard power. E io ho fatto una battuta, Dio mi perdoni, molto infelice: «Non è bene che la povera Venere rimanga sola con i suoi figli. Si deve sposare. Dobbiamo sposare Venere e Marte. La politica estera ha bisogno di potere soft e di potere hard. Di potere militare e di potere culturale. Gli americani fanno troppo i cow boy, e si cacciano magari nei guai perché non hanno sufficiente sensibilità culturale, solo con la sensibilità culturale l’ordine nel mondo di oggi sicuramente non lo tieni. Sapete quali sono stati i titoli il giorno dopo sul Corriere della Sera, sulla Stampa e sulla Repubblica? “Buttiglione attacca le madri single”. Buttiglione vuole che… non so cosa avrei dovuto volere contro le madri single, ma naturalmente la notizia si è diffusa in tutta l’Europa. C’è un potere dei media, ma il potere dei media non è nelle mani di Silvio Berlusconi. Sarebbe interessante fare uno studio per capire nelle mani di chi è, tenendo conto non solo della proprietà dei giornali, ma anche dei regolamenti sindacali i quali fanno in modo che il potere vero talvolta non sia nelle mani dei direttori.
Cosa ho detto sul matrimonio? Una cosa molto banale, che credo che tutte la madri single condividano – non in quell’occasione a Saint Vincent, ma prima. Ho detto: sapete qual è la differenza tra un uomo e una donna? È una differenza banale: il frutto del concepimento rimane con la madre. Il padre se ne può andare, la madre no. E la nostra civiltà, non lo dico io, lo dice Giovan Battista Vico, si è costruita sul tentativo di legare il padre alla madre in modo che paghi metà dei conti, faccia metà dei lavori – questo non sempre succede –, prenda metà delle responsabilità. E crei insieme alla donna quell’atmosfera di accoglienza dentro cui il bambino può crescere. è maschilista questo, è negazione dei diritti della donna? Non ho mai detto che le donne devono stare a casa e non devono lavorare, anche perché altrimenti mia moglie mi avrebbe cavato gli occhi, essendo notoriamente una affermata professionista e avendo io quattro figlie, alcune delle quali lavorano e alcune delle quali il lavoro lo cercano. Ma non importa. Il potere della stampa ha deciso: Buttiglione è contro le madri single, Buttiglione pretende di tenere le donne a casa. Cosa ho detto io veramente? Ho detto che, perché le donne abbiano la possibilità di fare la loro carriera come hanno diritto di fare, ma anche di avere dei figli, che è un’altra aspirazione fondamentale di tutte le donne, o almeno di moltissime, ci vuole una politica che le aiuti a conciliare i tempi del lavoro e i tempi della famiglia. Non è passato. Il problema del potere della stampa è un problema vitale per la democrazia perché, dice Platone, una città dove la musica è cattiva, non può avere una politica buone. E per Platone la musica non è solo la musica, è l’insieme dei mezzi di comunicazione di massa. Una città in cui il cittadino non è informato correttamente, è una città in cui il cittadino non può decidere in modo informato. Chi manipola l’informazione manipola la democrazia. Non dicano che sono contro la libertà di stampa: chiedo più libertà di stampa perché la gente possa essere informata meglio attraverso un vero pluralismo dei mezzi dell’informazione.
Un’altra questione strettamente connessa con quello che mi è accaduto è questa: chi deve decidere su che cos’è il matrimonio e che cos’è la famiglia? Vogliamo che questo si decida a Bruxelles oppure in Italia? Secondo la Costituzione italiana attuale, secondo la Costituzione europea attuale, di queste cose si decide nei paesi membri, non a livello dell’Unione. La questione che hanno sollevato riguarda questioni che non erano di mia competenza e c’è il dubbio che l’abbiano fatto perché intendono, a partire da Bruxelles, forzare delle decisioni sui paesi membri: questo è contro la Costituzione europea. Ha destato molto scandalo la parola “peccato”, che io non volevo usare, che volevo tenere fuori. Perché la parola “peccato” suscita tutto questo scandalo? Perché si sta tentando di costruire una società in cui è proibito andare in profondità; in profondità ogni uomo scopre di essere peccatore e bisognoso di misericordia, e siccome anche loro questa profondità ce l’hanno, non vogliono che in questa profondità si vada e si tenta di imporre un mondo in cui sia vietato andare oltre la superficie. Un mondo così è noioso, un mondo così è alienante, e disumano. Io ricordo che quando ero ragazzo un prete di Catania, don Francesco Ventorino, mi ha fatto leggere un libro. Il libro è di Gilbert Keith Chesterton e s’intitola La sfera e la croce. Rappresenta un mondo in cui tutti si mobilitano per impedire che un ateo vero e un credente vero si possano scontrare. Qual è il messaggio che mandano? Non c’è nessuna verità: le uniche cose che contano nella vita sono l’usura, la lussuria e il potere! Noi dobbiamo unire tutti gli uomini i quali non accettano che nella vita contino solo l’usura, la lussuria e il potere, non accettano di vivere solo nella superficie, vogliono affrontare con serietà il problema del loro destino umano e del senso della vita. Rivendichiamo il diritto di andare nel profondo. Dove va questa Europa? Molti hanno usato il mio caso per dire: basta con l’Europa. Io non credo che sia vero: la battaglia per la libertà non si conduce meglio a livello di un singolo paese che al livello dell’Europa. Ieri ho ricevuto una delegazione di deputati polacchi che sono venuti a dirmi: «Basta con l’Europa: noi voteremo contro al referendum sulla Costituzione». E io gli ho risposto: «Vi sbagliate, perché la battaglia per la libertà e anche la battaglia per i valori cristiani in Europa sono battaglie che si conducono in Europa, non illudetevi rifugiandovi in una dimensione solo nazionale di venirne fuori meglio». Se noi non riusciamo a legare le due dimensioni, quella europea e quella nazionale, siamo automaticamente battuti. Vedete: hanno vinto questa battaglia perché le hanno legate. Piuttosto, la domanda che io mi pongo è un’altra: perché l’Europa e l’America sono diverse? E ho una risposta che potete leggere sul Foglio, il giornale di Giuliano Ferrara, un po’ diversa da quelle usuali: negli anni Settanta e Ottanta c’è stata una grande ondata di secolarizzazione, basata su un’idea di uomo moderno che sostanzialmente non può essere cristiano e di un cristianesimo che va ripensato e ridotto per farlo stare dentro quello che chiamano l’orizzonte trascendentale dell’uomo moderno. Questa nuova teologia in America ha sfondato nelle Chiese tradizionali americane, tra i metodisti, tra gli episcopaliani, tra i luterani, ma c’è stato in un grande movimento che l’ha rifiutata: sono stati gli evangelicals, e questo stesso movimento è passato poi in forma diversa nella Chiesa cattolica sotto la guida del cardinale O’Connor e di Giovanni Paolo II. Qual è il risultato? Che la rievangelizzazione dell’America, la ricristianizzazione dell’America è passata attraverso questi movimenti, ed è per questo che in America c’è oggi la volontà di andare nel profondo molto più che nella la società europea. Domandiamoci: è l’Europa che ha tradito la Chiesa o è la Chiesa che ha tradito l’Europa? Non è passata troppo facilmente anche nella nostra Chiesa cattolica una ondata secolarizzante che ha preso in giro il Papa, che ha cercato in tutti i modi di aggirarne l’insegnamento, e che ha cercato di emarginare quelli che all’interno della Chiesa europea difendevano il diritto di essere cristiani, di una fede intesa come una presenza viva all’interno della storia? E allora io credo che la battaglia culturale che è davanti a noi è di enorme portata, è una battaglia che tocca la politica, che tocca le cultura e che tocca la religione, senza confonderle ma collegandole tra di loro nel modo corretto e con il principio della libertà. Per rispettare la libertà dell’altro non ho bisogno di credere che non c’è nessuna verità, mi basta pensare che il suo cammino verso Dio passa per la sua libertà, e che se io gli impongo di fare le cose giuste con la forza gli impedisco di andare avanti per il suo cammino. Un mondo in cui tutti facessero le cose giuste per violenza e non per amore non somiglierebbe al Paradiso, somiglierebbe all’inferno: questa è la base della nostra fede e della nostra libertà. Ma un mondo in cui fosse proibito pensare fino in fondo alla propria vita, un mondo in cui la superficialità diventasse obbligatoria, questo mondo non assomiglierebbe né all’inferno, né al paradiso. Questo mondo somiglierebbe al Limbo. Dove vivono e prosperano soltanto gli ignavi, e noi dobbiamo dare battaglia per un mondo in cui sia possibile essere santi e peccatori, ma non si sia costretti ad essere ignavi.
Infine voglio ringraziare tutti quelli che mi hanno sostenuto. È impressionante il numero di telefonate, di contatti e-mail, di gente che mi è venuta a far visita. Ieri ci sono stati i polacchi e una delegazione di deputati della Csu tedesca, domani un gruppo di presidenti di Laender tedeschi guidato dal mio amico Erwin Teufel, prima ancora spagnoli con Ana Loyola de Palacio, tanta gente che mi è stata vicino. Voglio ringraziare Giuliano Ferrara. Non so se gli sono molto simpatico, ma ha mostrato che ci sono uomini che amano la libertà e amano poter pensare. Cos’è un liberale? Io credo che un liberale sia uno che ama le regole e preferisce perdere dentro le regole anziché vincere barando: se questa è una buona definizione di liberale, di liberali in Italia non ce ne sono molti, ma Ferrara è sicuramente uno di loro. Infine, dal profondo del cuore voglio ringraziare Dio, perché questa vicenda per me è stata alla fine un dono. Nella mia vita ho avuto un grande amore. E questo amore siete voi, non voi il popolo, non voi il pubblico, non voi la gente, voi, quelli di voi, e sono tanti, che insieme con me hanno iniziato un percorso di fede e di verità umana tanti anni fa. Questo grande amore è passato anche attraverso mia moglie, Pia, che molti di voi conoscono. Nella mia vita ho sempre cercato di essere fedele alle cose che ho incontrato, alle cose che insieme abbiamo vissuto e che ho sperimentato come vere, nell’amore per mia moglie, nella costruzione della mia famiglia. Non sempre siamo andati d’accordo, questo grande amore è stato anche il grande dolore della mia vita. In questa vicenda Dio mi ha restituito a voi, e voi valete molto più di un seggio nella Commissione europea.

***
Luigi Amicone – Grazie, Rocco, grazie. Abbiamo capito che la prima grande battaglia culturale, come ha scritto l’amica Hannah Arendt, «la prima battaglia culturale è stare di guardia ai fatti». E questo, diceva Hannah, spetta ai poeti, agli storici e ai giornalisti. Questo è il primo tema di oggi, la battaglia culturale di oggi, perché oggi abbiamo un poco restituito al popolo la realtà elementare di ciò che è successo, per esempio a Strasburgo. Questa è la prima questione. La prima questione del conformismo in cui viviamo e siamo immersi è questa sciatteria, questa pigrizia, questa polvere, questo conformismo che ha paura dei problemi. È legittimo, è bellissimo che una commissione possa votare contro Buttiglione perché la pensa in un certo modo, ma abbia il coraggio di dire che è per questo, non corra dietro all’ipocrisia, al bon ton. Questo è il fatto che oggi è emerso chiaramente e che vorrei dire anche ai colleghi: questo è decisivo per voi, per la vostra professione, perché è evidente che tutti noi abbiamo dei padroni e la nostra libertà è una libertà limitata, ma la dignità del nostro lavoro sta nel portare i fatti. Perché se dicono “Venere e Marte”, non posso scrivere, anche se me l’hanno ordinato, delle madri single. Secondo punto: ho letto qualche tempo fa su un mensile molto bello, e ringrazio la presenza del direttore qui con noi oggi, un titolo che diceva: “Noi preferiamo ai valori e al desiderio la ragione e la realtà”. Davvero il problema, la battaglia culturale è la sfida dell’educazione. Fare informazione, leggerla, comunicare, fare politica, deve essere dentro questa lealtà, onestà di educazione. Si tratta di cercare di entrare nella realtà e aiutare gli altri ad entrare nella realtà, non a nascondersi dietro il picco ideologico facile, come oggi si può vedere leggendo le pagine del Corriere Milano: “Protesta”! Come puoi liquidare il tutto in modo così pigro, mettendo lì la foto di uno che lancia la vernice contro il McDonald’s, col titolo “Protesta”? Usa le parole come devi usarle! Questa è battaglia culturale. Questo è aiuto a contribuire alla crescita della libertà di un popolo e non all’impoverimento, all’immalinconirsi, all’inaridirsi, al diventare acido nell’ideologia. L’abbiamo conosciuto e lo sappiamo: l’ideologia è un alcool forte che può provocare quello che ha provocato nei nostri anni di piombo e che sta provocando negli anni di piombo del mondo musulmano. Bisogna avere finalmente il coraggio e l’elementarità di riprendere a stare di fronte, innanzitutto, ai fatti, alla realtà. Noi non siamo dei convertiti nel senso di certe principesse, vorrei dire all’ateo devoto. Il Foglio è il nostro giornale di riferimento perché sono evidenti lo sforzo, la passione per la ragione e il tentare di stare a guardia dei fatti e della realtà. Penso che questo sia il primo movimento di uomini liberi. Grazie.


(C) Tempi - Numero 46 - 2004

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