Tsunami, una lezione per i controllori del clima

L’aspetto peggiore del disastro accaduto in Asia è la consapevolezza che buona parte delle vittime, forse la stragrande maggioranza, poteva essere evitata se solo ci fossero nell’Oceano Indiano i sistemi di allarme per gli tsunami già operanti nell’Oceano Pacifico.

Dal momento del terremoto, avvenuto al largo dell’isola di Sumatra, all’abbattersi delle onde sulle coste dei Paesi asiatici e africani sono passate diverse ore, un tempo più che sufficiente per avvertire e organizzare l’evacuazione delle popolazioni interessate. Basti pensare che con la tecnologia attuale, nell’Oceano Pacifico è già possibile prevedere il formarsi e la direzione dello tsunami, e avvertire i singoli Paesi in appena 20 minuti.
L’alto costo degli strumenti e la rarità di questo fenomeno nell’Oceano Indiano ha fatto sì che Paesi come l’India, l’Indonesia, lo Sri Lanka - per non parlare dell’Africa – non si siano dotati di tale sistema computerizzato. Ma grande parte della responsabilità va addossata a una comunità internazionale – Europa in testa - che da decenni ha sposato l’ideologia ambientalista concentrando le risorse finanziarie e scientifiche su un impossibile controllo del clima, piuttosto che sulle possibilità di regolarne le conseguenze, come l’uomo ha fatto per millenni.
La storia dello sviluppo umano è infatti anche la storia dell’emancipazione dell’uomo dall’imprevedibilità della natura: non è un caso che uno stesso evento atmosferico ha conseguenze ben diverse se colpisce, ad esempio, le coste del Giappone rispetto a quelle dello Sri Lanka.

Controllare il clima è impossibile perché il sistema climatico è complesso e dipendente da tanti fattori che sfuggono al controllo umano. Ma ridurre e controllare le conseguenze di eventi come terremoti, tsunami, eruzioni vulcaniche e così via è possibile e doveroso.
Certo, un sistema di allarme per lo tsunami può costare diverse centinaia di milioni di dollari, ma è soltanto una piccola parte dei 18 quadrilioni di dollari (seicento volte il Prodotto interno lordo dell’intero pianeta), che l’ONU ha stimato quale costo complessivo dell’applicazione del Protocollo di Kyoto (ovvero la presunzione di poter controllare il clima).

E’ perciò il momento di dire basta a questa follia ambientalista se davvero vogliamo il bene dell’uomo e dell’ambiente.

Cespas news, Centro Europeo di Studi su Popolazione, Ambiente e Sviluppo
28 dicembre 2004
http://www.cespas.org/

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